World Association of Psychoalanysis

 

LUCA

Antonio Di Ciaccia

 

L'esordio

"Sono un feticista dei piedi". Cosi esordisce Luca, un ragazzo di una ventina d,anni.

"E che vuol dire ?"

"Vuol dire che mi eccito solo coi piedi", continua, dando una rapida sbirciata ai miei.

"E allora, qual e il problema ?"

"La mia vecchia analista mi ha detto che non mi devo eccitare coi piedi". Chiamava cosi la sua precedente analista.

"E che altro le diceva la sua vecchia analista ?"

"Che mi devo eccitare pensando alla vagina. Ma non ci riesco. Mi ha detto che se non mi eccito con la vagina, per tutta la vita mi eccitero coi piedi".

Lascio cadere la cosa, dicendogli che, eventualmente, la riprenderemo a tempo opportuno e gli chiedo di nuovo per quale motivo sia venuto da me. Non riesce a far fronte agli altri, mi dice. E, nel terrore anche solo se deve affrontare o rivolgersi a un altro.

Stabilisco con Luca quanto mi dovra per seduta, dopo una piccola inchiesta sulle sue disponibilita. La somma richiesta e modica, ma tuttavia superiore alle sue forze. Qualche seduta seguente, dopo aver parlato delle sue difficolta, punta all,improvviso il dito verso il lettino e mi dice: "Devo andare li".

"Li dove ?"

"Sul lettino".

"E perche mai ?"

"La mia vecchia analista mi disse che solo sul lettino si fa un,analisi freudiana. E io voglio fare un,analisi freudiana".

"Quante cose sa la sua vecchia analista !"

Alla sua insistenza di poter andare sul lettino, rispondo con un evidente segno mimico di noncuranza. Riprendera la cosa in una seduta successiva e non avendo risposta da parte mia, si alza, va verso il lettino ma rimane a meta strada. Nelle sedute successive non va ne verso la sedia ne verso il lettino ma si ferma vicino alla porta, al lato del lettino, in posizione parallela alla mia poltrona, in piedi, rigido, guardando dritto verso la parete. Fara in questa postura diverse sedute. Un giorno decide di andare sul lettino.

"Ora ci vado, ci vado !"

Mi guarda, ma io continuo a vacare alle mie cose senza fargli caso. Nel sedersi sul lettino appoggia prima le palme delle mani, come se il lettino scottasse, poi si allunga, dritto e rigido come un fuso. Non succede nulla. Quando termino la seduta, si alza con aria meravigliata. Le sedute successive andra direttamente sul lettino e perdera gradatamente la sua rigidita.

Dopo queste sedute iniziali, Luca viene a trovarmi regolarmente da ormai circa sei anni.


L,angoscia

La tematica centrale e occupata dall,angoscia. E, a causa dell,angoscia che aveva iniziato un,analisi con un,analista freudiana da quando aveva undici anni. E, a causa della persistenza dell,angoscia che aveva interrotto da due mesi l,analisi, perche, dice, "la cosa non funzionava piu". E, a causa dell,angoscia che aveva preso al volo la proposta della zia, psichiatra e analista freudiana anche lei, di venire da me.

Luca e angosciato ogni volta che deve rivolgersi a qualcuno. Entra poi nel panico quando e interpellato in modo deciso. Puo trattarsi di un adulto, di un professore, del padre di un coetaneo, per esempio. Per strada evita le persone che sembrano aspettare qualcuno. Se gli capita, cambia strada. Rapidamente nel suo discorso entra in scena il padre. La cosa che teme di piu e di confrontarsi con lui. Ha orrore di chiedere qualcosa al padre. Anche una cosa dovuta. Come le spese del dentista. "Preferisco perdere i soldi del dentista piuttosto che chiederli a mio padre".

Noto che, quando mi rivolgo a lui, per esempio quando lo faccio entrare in studio, avanza impercettibilmente le mani, come per pararsi da qualcosa.


Il sorgere dell,angoscia

Nel corso nell,analisi si ricordera con precisione della prima volta in cui si era sentito privo di mezzi per far fronte all,angoscia. Era stato all,eta di tre o quattro anni. L,angoscia era sopravvenuta concomitante a un,eccitazione sessuale. Eccitazione che non sapeva come dominare. Si sentiva disperatamente solo. Collega questa eccitazione con un ricordo.

Si ricorda di aver visto la pianta del piede di una donna, forse di un,amica della madre o della zia stessa. "Ricordo di una donna seduta con i piedi nudi leggermente poggiati sul tallone. Rimasi senza fiato da questa visione". Poi aggiunge una frase apparentemente senza senso: "Ai piedi corrispondeva il soccombere".


La soluzione

Verso i cinque anni tento di risolvere il problema dell,angoscia ricorrendo "allo spago". Si tratta di un artificio che si impone a lui dall,esterno: "E, come se assecondassi un,istanza". Ricorre allo spago durante tutta l,adolescenza e lo ha definitivamente abbandonato solo tre anni fa. O meglio, come dice, "Sono ormai tre anni che non uso piu lo spago".

Questo artificio consiste nel fatto che nei momenti di difficolta Luca prende uno spago - sempre lo stesso anche se lo ha sostituito nel corso degli anni - e lo fa ruotare con un movimento regolare del polso della mano. Egli fa fronte cosi all,angoscia. E, una soluzione, sul momento, efficace, sebbene lo isoli da tutto. "Da piccolo non riuscivo a provare piacere con i giocattoli, come ora con il sesso", dice, "e lo spago ripristinava quell,armonia che mancava".

Fin da piccolo, Luca sa che questo spago sta al posto dei giochi a cui ricorrono gli altri bambini. "Non ho mai saputo giocare. Quando ero angosciato prendevo lo spago. Lo spago mi faceva arrivare al limbo". Chiama limbo uno stato in cui l,angoscia e come messa in sordina.

Sa bene, fin da piccolo, la differenza tra il gioco e lo spago. Vedeva gli altri bambini appassionarsi a un gioco e poi passare ad altri giochi. Notava con meraviglia la sostituzione tra un gioco e l,altro effettuata dai suoi coetanei. Per Luca, nulla di simile. Rimaneva sempre fissato allo spago.

D,altro canto fin da piccolo aveva notato che lo spago gli conferiva una certa pienezza - "una pienezza piena", dice - che gli altri bambini non avevano, sempre com,erano alla ricerca di qualcosa che mancava loro. Lo spago lo metteva al riparo di ricercare dell,altro e lo metteva al riparo, dice, anche della necessita di sapere. "Mi bastava lo spago. Con lo spago non era necessario che sapessi. Come se non avessi mai accettato la realta. Non ho accettato mai me stesso, come se non volevo capacitarmi che esistessi".

Allo spago, che rimane la soluzione stabilmente usata fino a tre anni fa, vengono affiancate altre soluzioni, valide solo per determinati periodi. Tutte queste soluzioni provvisorie hanno la caratteristica di mettere ordine nelle cose, di inquadrargli il mondo, di conferire una certa organizzazione delle cose, che si tratti della vita quotidiana come pure del suo ristretto mondo sociale: i suoi compagni ma anche i suoi familiari dovevano essere visti in un certo ordine gia da lui stesso preordinato, ordine a cui non era possibile alcuna deroga. Negli ultimi anni, durante l,estate, quando non viene in analisi, arriva a non usare lo spago, a condizione di organizzarsi la vita senza permettersi alcuna deroga agli impegni che, a priori, si da da solo. "Ho come la necessita di mettere ordine. Devo pianificare tutto. Per me le cose non sono vere o false, ma pianificate oppure no. Per questo devo avere tutto scritto dalla A alla Z, su tutte le cose".


Un tentativo di normalizzazione

All,eta di undici anni c,e una recrudescenza dell,angoscia collegata con un violento "impulso sessuale". Lo spago non basta. E, l,anno in cui i genitori lo conducono dalla sua prima analista, a causa della disastrata situazione scolastica. Ma e anche l,anno in cui Luca cerca l,altra sua soluzione che lo regoli tramite la pianificazione. Si mette cosi a frequentare un centro di arti marziali, poi una palestra. Cerca un luogo che gli dia uno schema a cui attenersi. Cerca un maestro che dica come fare, ma che non abbia nessun interesse particolare nei suoi confronti.

L,eta di undici anni e anche l,anno in cui Luca ha dei toccamenti con un coetaneo. Un paio d,anni dopo questo primo incontro, Luca si inventa uno scenario fisso che chiama "le torture" e che mette in atto con questo coetaneo. Le torture consistono in una masturbazione reciproca mentre egli lecca le piante dei piedi che il coetaneo gli mette in faccia. Il momento culminante e quello della eiaculazione poiche in quel momento si sente "assoggettato". Il termine e suo. Questo scenario e agito per un paio d,anni e viene interrotto dal coetaneo, stufo di queste strane pratiche.

E, il momento della sua prima analisi. Luca aveva parlato delle torture all,analista la quale aveva insistito sulla necessita di liberarsene a profitto di un,eccitazione pensando all,altro sesso. Animata da buoni propositi, la psicoanalista aveva ceduto alla richiesta di Luca di mostrargli i piedi. Si era cosi tolta le scarpe. Capi, troppo tardi, di essere caduta in errore. Da quel momento il lavoro di analisi si era incartato.

Le torture erano tuttavia una seconda soluzione per far fronte all,angoscia. Era una soluzione diversa da quella dello spago che gli procurava "la pienezza piena". Questa seconda soluzione si profilava in tre tempi. Primo tempo: l,angoscia arrivava al parossismo. Secondo tempo: sopravveniva l,impulso di mettere in atto le torture. Terzo tempo: l,angoscia spariva ed egli "soccombeva". "Usavo le torture per tranciare il nodo gordiano dell,angoscia. Con le torture non avevo piu a che fare con quella cosa li".

Dopo il rifiuto del coetaneo di continuare simili pratiche Luca era arrivato a "soccombere" per un,altra via. "Ero eccitato dall,idea di soccombere. Era necessario soccombere. E soccombere era come lo spago".

Quando l,angoscia e tanta, "e come se una voce mi ordinasse: ,Vai, masturbati,. Io devo allora masturbarmi. Dopo l,eiaculazione, mi sento allora assoggettato". Utilizza il termine assoggettato solo nel caso dell,eiaculazione dovuta a masturbazione imposta dall,"impulso". Utilizza invece il termine "soccombere" nella situazione descritta con il coetaneo.

Successivamente Luca si inventa altre varianti. Queste varianti sono ormai solo fantasticate e mai agite. Questo, in seguito a un mio intervento deciso in cui dico che, secondo Freud, non e assolutamente la stessa cosa se le torture gli vengono in mente o se le mette in atto: "Nel tempo dell,analisi Freud dice che si deve chiudere la porta dell,agire e aprire quella del dire".

Aveva, tempo fa, elaborato, una variante di questo "soccombere", al tempo in cui era stato legato, seppur brevemente, con una ragazza. Si era immaginato che la ragazza fosse sedotta da un amico. Tutto questo perche "mi toccava soccombere". Il soccombere comporta sempre una posizione passiva rispetto a un,altra persona.

"Soccombere vuol dire che c,e un,altra persona del mio stesso sesso che accetta se stesso e che fa quello che io non faccio e che non voglio sapere". E aggiunge: "Soccombere non mi va ma ci sto bene". Un,altra volta dice: "L,eccitazione del soccombere sta al godimento" - e il termine che usa - "come il mio modo di pormi sta a mio padre". E termina: "Voglio sfuggire a quel godimento la, come voglio sfuggire a mio padre".


Il padre

Quando, all,inizio dei nostri incontri, gli chiedo di parlare dei genitori, Luca non sa che dire. "Ho dei genitori normali", dice. Nel poco che dice di loro li dipinge come dei genitori sempre pronti e disponibili.

Per lungo tempo, se avessi dovuto riassumere quel che sapevo della sua famiglia avrei potuto condensare il tutto in questi termini: coppia di professionisti, agiati, due figli maschi, due macchine e due motorini. Una famiglia senza problemi. Luca prende sempre i componenti della famiglia nel suo discorso uno per uno, ognuno staccato dagli altri. Inoltre, non c,e mai un riferimento ad altri componenti della famiglia, per esempio, nonni, zii, se si eccettua la sporadica presenza nel discorso della zia psichiatra e analista freudiana.

Il padre e buon lavoratore, gentile e, dice, "non invadente". Eppure non puo indirizzarsi a lui. Fin da piccolo, quando e nell,angoscia, non si indirizza al padre, ma deve ricorrere allo spago. Teme, da sempre, l,incontro con il padre. "Non ho potuto mai contare su mio padre per come fare. Non mi sono mai sentito tutelato da lui".

Eppure lui stesso si meraviglia del fatto di aver piu volte costatato, nella realta, di non aver prove da esibire contro il padre. Anzi, le volte in cui il padre era intervenuto, lo aveva fatto bene e a proposito.

Cio che teme di piu e un no proferito dal padre. "Io non voglio avere a che fare con il no di mio padre". E per tutelarsi contro il no non gli chiede niente. "Ricordo, quando ero piccolino, di aver chiesto a mio padre se sarei diventato un bravo calciatore. Mio padre mi disse di no. Diventai furibondo. Non ho mai sopportato che mio padre mi mettesse dei limiti. Mio padre, io devo sfidarlo a tutti i costi. Ho sempre aspettato che lui mi dicesse: ,Quanto sei forte,. Non bravo, ma forte. A prescindere dal mio desiderio".

Se ha una discussione con il padre, "allora devo essere protetto", dice. "Ho paura dell,incazzatura di mio padre. Ho paura perche non so mai come andra a finire. Se si incazza, non posso non mettermi in posizione di dimostrare che sono io il piu forte". E Luca ristabilisce l,equilibrio perso a causa della discussione con il padre ricorrendo allo spago oppure alla masturbazione. In questo caso, poiche si sente assoggettato, la masturbazione funziona anche come punizione.

Ribadisce che il padre non e invadente, "ma tutto cio che sa lo documenta". Per questo, ha paura delle sue affermazioni, perche lo bloccherebbero per sempre nell,angoscia. Quindi si orienta verso attivita che il padre non conosce. Si destreggia infatti sufficientemente bene in ambiti che sfuggono alle conoscenze paterne. "Ho fatto arti marziali perche mio padre non ne sapeva niente". Non fa sapere al padre e alla madre quando viene da me. E non ne parla mai.

Non sopporta che il padre lo avesse trattato, da piccolo, alla stregua degli altri bambini. "Ogni frase di mio padre mi metteva in posizione come se fossi uno come gli altri". Una volta lascio di stucco il padre dopo avergli detto: "Io sono figlio di re". Ma non c,era stata poi nessuna parola ne dell,uno ne dell,altro su un,affermazione del genere.


La vergogna e il desiderio

La vergogna e cio che caratterizza il rapporto di Luca con il padre come pure il rapporto di Luca con quello che chiama il suo desiderio.

Una volta, al mare, due bambini si erano picchiati. Era intervenuto il bagnino per separarli. Il padre aveva commentato il fatto, che aveva visto da lontano, dicendo che era stato li li per intervenire. "Per fortuna non lo fece. Sarei morto di vergogna", commenta Luca.

D,altra parte non osa manifestare nulla che possa sembrare a un desiderio. Ricorda che da piccolo aveva dato del denaro per una missione. Pensava poterlo fare perche i genitori non ne sarebbero stati a conoscenza. Si senti sprofondare nella vergogna quando il padre lesse la lettera di ringraziamento che i missionari avevano indirizzato a lui, come agli altri bambini donatori. La vergogna rimase nonostante i complimenti del padre.

Successivamente, nel corso dell,analisi, Luca fa una netta differenza tra uno che gli e superiore, come il suo attuale datore di lavoro - poiche il superiore comanda e lui obbedisce - e uno che non gli e superiore poiche a colui che non gli e superiore - come avviene con suo padre - egli deve manifestare quello che desidera. Mi dice che teme la data del suo compleanno: "Tutti stanno li a domandarmi che regalo voglio. Io procrastino perche solo all,idea di dover dire cosa voglio mi fa paura".

Ultimamente si era domandato: "Perche con mio padre non ho mai potuto rivendicare il mio desiderio ? Anche per cose a priori accettate da lui ? Anche per cose ordinarie ? Perche avrei solo vergogna e poi dovrei espiare per aver manifestato un mio desiderio". "Per ogni mia iniziativa che non e garantita io sono nella vergogna ed e necessario allora che segua un,espiazione di colpa. Mi viene allora un impulso che dice: ,Fatti investire da qualcuno per espiare la tua colpa,".


La madre

Luca parla relativamente poco della madre. Mai, ad ogni modo, collegandola con il padre. La madre e, per Luca, una persona agitata. "E io con le persone agitate, mi chiudo, stacco la spina". Dice che non riesce a "digerirla".

Un,unica volta aveva tentato di indirizzarsi alla madre. Verso i dodici anni le aveva scritto un biglietto a proposito delle torture. Non ebbe mai risposta. E la madre fece finta di niente anche quando era entrata nella sua stanza dove aveva appena finito di praticare le torture con il coetaneo. "Che cos,e, colla ?", aveva chiesto prendendo i pantaloni sporchi per lavarli.

Ultimamente si e sentito preso da una strana agitazione poiche i vicini di casa hanno preso un cane e Luca teme che "mia madre si mostri con lui piu umana".


Il sapere della madre

L,aspetto precipuo della madre e il sapere. La madre e colei che sa. Solo il sapere della madre e certo. "Il sapere e sempre e solo quello di mia madre. Per esempio, se mia madre dice che 2 + 2 fanno 4, allora solo 2 + 2 fanno 4 e non posso accettare che anche 3 + 1 fanno 4, come direbbe un altro".

Visto che solo il sapere della madre conta, allora prende tempo perche deve essere sicuro di non sbagliare con lei. La sua paura di sbagliare nasce dall,incapacita di valutare che cosa significhi quel che dice la madre. "Non so mai cosa voglia dire mia madre quando mi dice di fare questo o quello".

Inoltre la sua paura di sbagliare nasce dall,incapacita di parare l,incidenza della parola della madre su di lui. Porta un esempio: "Mia madre mi ha detto: ,Perche non vai da tal medico ?,. ,No,, rispondo io, ,non ci vado perche sto bene,. ,Ah !,, dice lei, ,Almeno tu stai bene !,. Ma da quel momento mi sono ritrovato con tante malattie". E da allora infatti consulta frequentemente vari medici.

E, il volere della madre a delimitare il suo orizzonte: "Ho paura di prendere un,iniziativa indipendentemente da quello che pensa mia madre". E collega "alla legge della madre" - i termini sono suoi - "il meccanismo che ha dato vita allo spago e che non mi permette di sapere le cose. Io ho lo stesso modo di rapportarmi con mia madre che con il sapere. Lo stesso modo che mia madre ha con me, io l,ho con l,esterno".

Luca ritiene poter risolvere l,intricata relazione con il sapere della madre obbligandosi a starle "alla pari". Cosi non solo vuole arrivare alla stessa laurea della madre, ma vuole anche arrivare alla specializzazione. "Mia madre ha una specializzazione. E io non posso non avere anch,io una specializzazione". Si concede tuttavia che non e necessario che la specializzazione sia esattamente nello stesso ramo.

D,altra parte Luca evita accuratamente di porre domande o di fare affermazioni su argomenti che teoricamente condivide con la madre. Teme, della madre, la frase: "E tu che ne sai ?". Di fronte al sapere della madre, non gli resta che la paura di sapere: "Io sono tormentato dalla paura di sapere".


Il sapere e la conoscenza

Il problema del sapere ha da sempre complicato a Luca le acquisizioni di conoscenze scolastiche. All,eta di 11 anni, al sopraggiungere dell,"impulso", a scuola va ancora piu male di prima. Arriva nonostante tutto alla maturita. Quando viene da me era gia iscritto all,universita. Aveva fatto i due esami che lo esentavano dal prestare subito il servizio militare. Poi piu niente. Per circa un paio d,anni non riesce a passare gli esami. Non riesce soprattutto a passare l,esame di matematica. Poi, un giorno, miracolo ! Passa l,esame. Non solo, ma su sua richiesta, aiuta il fratello in matematica. In seguito, lentamente, si rimette in moto, dando e superando con regolarita gli altri esami. Attualmente Luca sta terminando l,universita.

Per lungo tempo non ho capito cosa fosse successo. Me lo spieghera lui stesso anni dopo, parlandomi del rapporto del sapere rispetto alla madre. Mi dice che era riuscito a passare l,esame in seguito a un mio intervento. Dopo avermi parlato del rapporto che intercorre tra la madre e il sapere, mi ricorda avergli detto: "Ora e tutto piu chiaro". "Da allora", aggiunge lui, "mi sono messo a studiare la matematica in una maniera molto precisa: secondo una logica mentale che e sempre la stessa, quella che userebbe mia madre".


"Non so come fare"

"Non riesco ad accettare il discorso normale. Non so come fare per lavorare, come fare per mettere su famiglia. Un giorno, e come se una voce mi dicesse: ,Devi morire presto. Non ti ci vedo diventare padre, avere un lavoro, avere una donna,. Io sono disorientato quando non ho qualcuno che mi dica cosa fare".

Per quanto riguarda il lavoro, Luca, sebbene sia ancora studente universitario, lavora gia stabilmente da tempo presso uno studio. Il lavoro lo aveva cercato per pagarsi l,analisi. In questo studio gli e stato assegnato il compito di fare le perizie per le assicurazioni. E, un lavoro che richiede precisione e competenza. E lo fa bene. L,unico suo cruccio attuale risiede nel fatto che, essendosi lo studio ampliato, all,attuale proprietario si e aggiunto un socio. Teme di non saper gestire l,incontro con questo nuovo superiore, mentre con il primo era arrivato a un rapporto ottimale, basato unicamente sul lavoro e sulla pura professionalita, senza mai un incontro a tu per tu. Il nuovo superiore e invece un tipo che si indirizza ai dipendenti in modo diretto. E teme quindi questo nuovo incontro


"Non so come fare con il sesso"

Luca e certo di essere un maschio. E quindi deve avere una ragazza. Non vuol sapere niente di ogni cosa che esca da questo ordine. Al fratello, piu giovane di lui, che gli dice che e omosessuale e che teme di dirlo ai genitori, risponde che lui non ne vuol saper niente. "Io ho una ragazza, e basta".

Ha, dunque, da ormai un paio d,anni, una ragazza. Le vuole bene. Anche lei, mi dice, gli vuole bene. Ma non sa come fare. Finora la ragazza, di famiglia bene e cattolica, aveva rinviato ogni approccio sessuale. La cosa aveva sollevato Luca perche aveva visto rinviato il momento in cui non poteva non sapere come fare. Ma il momento e venuto, pochi mesi orsono. Fa cilecca. La ragazza lo consola. Ma Luca e molto preoccupato perche, mi dice, "vedo in atto due logiche che vanno ognuna per conto suo". Da un lato c,e la logica della masturbazione e delle fantasie di torture, da un altro lato c,e la logica di avere una ragazza e, come dice, di "scopare".

Si tratta di due cose diverse che rispondono a due logiche diverse. La masturbazione e le fantasie delle torture rispondono alla necessita di essere assoggettato, di soccombere. Cosa che non ha niente a che vedere con l,avere una ragazza. Nel primo caso il tutto e in funzione di essere assoggettato. Invece fare all,amore con la ragazza non porta a essere assoggettato. Ora, il problema e che l,eiaculazione fa parte della logica dell,essere assoggettato e di soccombere. Quindi, quando fa all,amore con la sua ragazza, non ha una forte erezione e non eiacula. "Potrei, forse", mi dice, "solo se la ragazza e acida. Come mia madre". Ma la sua ragazza non e acida, e invece carina e le vuol bene. E quindi non funziona. E conclude: "Il sesso e la matematica fanno parte dello stesso sapere di mia madre". Del resto "del sesso non ho mai voluto saperne niente, ne rendermene conto. Ho sempre fatto come se non esistesse".


Tre sogni

Solo negli ultimi anni Luca porta sogni in analisi, sebbene raramente. Sui sogni non dice molto.

Primo sogno. "E, un sogno che riguarda le torture", mi dice. "Nel sogno un uomo mi abbassa i pantaloni".

Secondo sogno: E, con una ragazza con cui, nella realta, prepara gli esami universitari. Sono soli. Inizia a baciarla. Lei si lascia fare. "Nel sogno mi dico: ,Ma che faccio ? Metto le corna alla mia ragazza ?,. In quel momento e come se non volessi piu saperne". Si sveglia in preda a "un,inquietudine che e dell,ordine dello spago".

Mi dice di non capire come sia possibile sognare una cosa simile. "Perche sogno queste cose quando ho una ragazza e le voglio bene ?" Gli dico: "Anche sant,Agostino dice che capita a ognuno di sognare qualunque cosa".

Terzo sogno. "Sogno l,analista. E, gentile e amichevole. Ma l,analista si mette a parlare e allora mi viene addosso l,inquietudine. Mi imbarazza parlare all,analista del sogno dell,analista. Ma mi viene addosso l,inquietudine perche l,analista ha un certo fare amichevole". Mi dice aver letto un giorno nella mia sala d,attesa un testo scritto da un medico inglese che diceva che l,analisi era come una chiacchierata con un amico. Del resto, dice, "la mia prima analisi e finita cosi". Mi ricorda avergli detto, una delle prime volte che era venuto, che un analista non e ne un amico ne un nemico, ma solo e unicamente un analista. "Ho paura che l,analista si metta a fare l,amico". Lo congedo con un: "Molto bene, caro amico mio". Si irrigidisce. Io continuo: "A volte Lacan chiamava cosi i suoi analizzanti".

Alla fine della seduta successiva, al momento in cui lo congedo, mi dice:

"L,analisi e come una partita a scacchi".

"Gia Freud aveva detto una cosa del genere".

"Si, lo sapevo. Devo averlo letto da qualche parte o forse me lo ha detto mia zia".

"Ma lei e io stiamo dalla stessa parte", gli dico e aggiungo: "Ha un,idea chi sia dall,altra parte ? Chi e il nostro, diciamo, interlocutore ?". Piegando le spalle dall,alto del suo metro e ottanta mi risponde: "E, quella cosa che pesa e mi sovrasta".


Luca e l,analista

Il rapporto con l,analista nasce dalle parole della zia psichiatra e analista freudiana. Luca viene in analisi per fare il suo lavoro "freudiano", come dice. Mai, nel corso del lavoro, mi ha imputato una qualche supposizione di sapere. Mai ha manifestato quei segni tangibili che caratterizzano un transfert positivo o negativo. Da me vuole solo che faccia il lavoro di "analista" e basta. Accetta senza fiatare sedute di pochi minuti o di mezz,ora. Rimane impassibile in sala d,attesa il tempo che ritengo opportuno. E dal rapporto analitico tiene lontano i genitori e la zia.

Per Luca e possibile un incontro con l,analista a condizione che questo incontro sia regolato da un ordine "freudiano" e a cui l,analista si attenga. Tiene lontano l,analista - e mi tengo lontano - dal rischio di essere un altro che goda di lui.

Per quanto riguarda la supposizione di sapere, l,analista non l,ha mai provocata riferendola a se, ma l,ha sempre lasciata intera sulle spalle di Freud e di Lacan. Ritengo che da questa posizione, in tale constesto, il sapere freudiano possa tentare di scalfire il sapere "certo" della madre. E, in questo senso che intendo una frase detta da Luca poche settimane fa a proposito del lavoro: "Mi sono reso conto che mia madre e gelosa che io sappia".


La direzione della cura

L,incontro con l,analista deve essere dell,ordine del trauma. Almeno nella nevrosi. Poiche nella nevrosi e necessario che l,analista incarni quell,orrore che e all,origine di quel sintomo in cui consiste lo spiacevole confort in cui il nevrotico, lamentandosene, si compiace. E, come se l,analista dovesse arrivare a mostrare al nevrotico il risibile del sintomo di cui si lamenta e l,orrore che invece il sintomo copre.

Nel caso di psicosi invece e come se l,analista dovesse incarnare l,al di la dell,orrore, tentando di mostrare che anche l,orrore, che strutturalmente il linguaggio comporta, possa essere in qualche modo articolato in termini di sapere freudiano e acquisire cosi uno statuto che in qualche modo lo fissi e lo stacchi dal soggetto. Cosa che potrebbe permettere al soggetto, eventualmente, di far fronte all,orrore con un saperci fare inedito.

Leggo in questo senso quanto Luca mi ha ultimamente detto del suo rapporto con il padre. "Riesco ora a scherzare con mio padre in modo indolore". Leggo in questo senso anche la frase che mi dice, dopo aver osato indirizzarsi a lui chiedendogli qualcosa di futile. Mi dice: "Gliel,ho chiesto, come se fossi un uomo".

Ad ogni modo, sia in caso di nevrosi che di psicosi, il sapere "freudiano" dovrebbe mettere in dubbio le certezze del soggetto che viene in analisi. Tale certezza si dilegua tuttavia piu facilmente nella nevrosi a causa della forza di sostituzione inscritta nella metafora paterna. Diverso e il caso della psicosi in cui il sapere materno rimane massiccio.


Brevi note finali

Come il piccolo Hans, Luca ha dovuto costatare la forza esterna dell,impulso e la pochezza del padre. Ma il suo dramma consiste piuttosto nel fatto che il significante non lo sostiene: la madre rimane una potenza che non risponde e lascia Luca in balia della legge del suo sapere. D,altro canto Luca non puo rivolgersi al padre, come riusci a fare invece il piccolo Hans con accenti che Lacan chiama biblici. Cosi il padre non arriva a umanizzare quel moncone di desiderio che cerca disperatamente di farsi strada. Quel moncone di desiderio rimane nell,ambito del sfera del sapere materno. Solo il nome del padre slega il desiderio dal sapere materno. Ma Luca non puo indirizzarsi ne al padre ne a un altro con un "Tu" perche teme incontrare l,altro in un campo che esula dal simbolico e quest,altro allora potrebbe godere di lui. Arriva solo a indirizzarsi a un altro se costui e ordinato e regolato da una legge che comporta che non si goda di lui.

Poiche e al di fuori dell,ordine simbolico, ordine in cui il desiderio della madre viene a essere barrato dal nome del padre, in Luca qualcosa della madre e del padre si confondono. Rispetto ad ambedue si tratta, infatti, come dice "o di soccombere o di aggredire": o accetta di essere passivizzato o deve ridurli a suoi "pari".

In mancanza dell,iscrizione della matefora paterna, Luca ricorre al fallo affinche, tramite lui, egli possa iscriversi come desiderante. Leggo in questo senso quei tratti di perversione che hanno caratterizzato la sua infanzia. Non si tratta di perversione, come mi si dice sia la tesi sostenuta dalla sua "vecchia" analista in un articolo pubblicato su Luca. Si tratta dell,appello al fallo che gli permetta di essere sotto l,ombrello fallico.

Ma tale tentativo non e la castrazione simbolica. Per questo Luca non ha a sua disposizione gli effetti della significazione fallica. E quindi non sa come fare. Poiche solo la castrazione simbolica, solo l,essere assoggettati nel simbolico avrebbe dato a Luca l,accesso al fatto di gestirsi come un uomo che ha una donna e di poter essere padre. Per Luca invece l,essere assoggettato equivale occupare una posizione passiva, femminile, posizione che e in constrasto con quella che teve tenere quando fa l,uomo con una donna.

Nella partita a scacchi, siamo a questo punto.