World Association of Psychoalanysis

 

SERVIRSI DI UN SIMILE CONTRO L'ANGOSCIA

Rosa Elena Manzetti

 

"Di che cosa abbiamo paura ? Del nostro corpo. Lo manifesta quel fenomeno curioso sul quale ho tenuto Un seminario per un anno intero, e che ho chiamato angoscia. L,angoscia e appunto qualcosa che si situa altrove, nel nostro corpo, e il sentimento che sorge dal sospetto di essere ridotti al nostro corpo." Jacques Lacan (1)

Mi e capitato spesso in questi ultimi tempi di essere interpellata da persone che portano come sintomo l,attacco di panico. In particolare ho trovato, in questi casi, una certa difficolta, in una fase iniziale piu o meno lunga, ad andare al di la della formulazione del loro sentimento di confusione, di svanimento, di star male, che provano al momento dell,attacco di panico. Spesso e capitato che non potessero neppure identificare il momento in cui gli attacchi erano cominciati. E in ogni caso, alla prima descrizione del loro stato di profondo malessere, fa spesso seguito un atteggiamento interrogativo del tipo "dottoressa, crede che abbia qualche possibilita di guarire ? Mi puo dire che cosa fare per evitare questi attacchi ?".

Il primo spostamento, quindi, e quello di interessarli al racconto della loro storia, delle loro vicissitudini, con e al di la degli attacchi di panico: si tratta di attuare le condizioni affinche si affidino alle concatenazioni significanti. Infatti all,inizio pare che possa essere enunciata soltanto la sensazione di perdita di identita e di paralisi durante l,attacco di panico, oltre alla paura che arrivi, aspettandosi poi dall,altro la parola salvifica.

Anche Alberto comincia in questo modo, ma con una sfumatura diversa.

I suoi attacchi di panico sono iniziati circa 5 anni fa. Il suo medico di famiglia lo ha consigliato di andare da uno psichiatra prima, e da un neurologo poi. Entrambi gli hanno prescritto dei farmaci che sono serviti per un po, di tempo. Infatti ha potuto riprendere a vivere la sua vita normale, cioe come la viveva prima degli attacchi di panico, piu o meno. Le pillole svolgevano la funzione che dovevano svolgere, quella che lui definisce di protezione.

Soprattutto fino ad un certo punto Alberto ha creduto che gli attacchi di panico fossero una malattia conseguente alla sua natura sensibile e molto nervosa e che non ci fosse altro da fare che curarsi con dei farmaci. Da un certo momento in poi ha cominciato a fare capolino in lui l,idea che i suoi attacchi dipendessero anche da lui, da qualcosa di ingarbugliato nei suoi pensieri. Infatti in qualche occasione in cui si e dimenticato di prendere le pillole - sempre quando era molto indaffarato a fare qualcosa o molto interessato da qualche situazione - la paura dell,attacco gli e venuta soltanto quando, magari dopo molto tempo, si e accorto di non averle prese. Oppure altre volte, anche se aveva preso le pillole, si sono presentate situazioni in cui non e riuscito a uscire di casa. Dapprima ha chiesto al medico di poter aumentare la dose dei farmaci, ma in quel modo viveva veramente da intontito. Infine il suo stesso medico di famiglia gli ha detto che comunque i farmaci non avrebbero risolto il suo problema, e che avrebbe potuto avere qualche beneficio da una psicoterapia.

Una sua amica gli da il mio numero di telefono e, qualche mese fa, Alberto mi chiama. Appena lo incontro ci tiene a dirmi che si e deciso a venire da una psicoanalista perche e sempre piu convinto che ci sia qualcosa del suo inconscio che partecipa di quello che gli accade.

Al primo appuntamento Alberto si presenta accompagnato dalla madre, che si accomoda nella sala d,attesa. Dice degli attacchi di panico, iniziati 5 anni fa circa, che gli impediscono di volta in volta di prendere l,ascensore da solo, di scendere da solo le scale, di andare per la strada non accompagnato, di guidare la macchina o di prendere un mezzo di trasporto. Cosi come gli e capitato di avere degli attacchi di panico quando si e trovato costretto in una coda di macchine senza poter fare niente per cambiare strada, ma anche di essere assalito dal panico quando si e trovato in un negozio da solo e ha dovuto aspettare perche c,era molta gente, o anche quando un sole accecante gli impedisce la vista.

Sin dalla prima volta noto che lo scatenamento del panico mette in rilievo, si, l,eterogeneita degli spazi in cui si presentano - a volte sono spazi aperti, a volte sono spazi chiusi, a volte si tratta di mezzi di trasporto -, e tuttavia quell,eterogeneita e caratterizzata da un tratto comune: l,attacco di panico si scatena quando manca il riferimento possibile all,immagine di un simile. Infatti Alberto dice subito che si scusa molto di essersi fatto accompagnare da sua madre, ma che si trova in un periodo in cui non riesce a uscire senza l,accompagnatore, sua madre preferibilmente o qualche amico fidato.

Il suo parlare e molto affannato e faticoso, perche Alberto balbetta e, come ben presto constatero, la balbuzie aumenta quanto piu deve servirsi delle sue proprie parole e non fare riferimento a qualcosa che qualcuno gli ha detto o che ha letto da qualche parte. La balbuzie aumenta, come dira recentemente, quando e chiamato in causa in prima persona e non puo demandare ad altri. All,inizio Alberto ha vergogna a fare riferimento a quella che chiama la sua "difficolta di pronuncia", vorrebbe proprio non parlarne e parlandone si inciampa ad ogni lettera. Nel periodo successivo la definira "difficolta di linguaggio" e quando, recentemente, riuscira a dire "di balbuzie si tratta, di balbuzie bella e buona, e inutile che continui a far finta, a negarlo non usando quella parola", tirera un vero sospiro di sollievo. D,altronde Alberto e riuscito a pronunciare la parola "balbuzie" soltanto dopo aver detto che sua madre non si e mai riferita al suo balbettare con la parola balbuzie, al posto diceva "il tuo problema di timidezza". Ella ha sempre considerato tabu nei loro discorsi sia la sua balbuzie sia il sesso. A sua volta Alberto ha sempre avuto vergogna di parlare di quelle che ora definisce le "sue difficolta di comunicazione" e cosi non ne ha mai parlato con nessuno, anche se era "sotto gli occhi di tutti". Ne parla ora per la prima volta con l,analista, che sin dall,inizio non si e accontentata di cio che e sotto gli occhi di tutti.

Nel corso del primo incontro gli domando in che occasione e avvenuto il primo attacco di panico. Non sa bene, dice, non si ricorda niente di particolare. Gli chiedo se c,e stato qualche episodio, prima del 1995, magari nella sua infanzia in cui gli sia capitato qualcosa che potesse anche soltanto assomigliare a un attacco di panico. No, no, non gli pare. C,era per caso qualcosa o qualche situazione che dovesse evitare per non incorrere nell,angoscia ? No, niente di particolare. Ha vissuto sicuramente un periodo terribile negli anni della media inferiore, comunque da 10-11 anni fin verso i 15-16 anni soprattutto, a causa della sua "difficolta di pronuncia". Anche negli anni successivi non e stato proprio facile, ma comunque se l,e cavata meglio. E gli anni dell,universita sono stati abbastanza belli.

Egli esprime la convinzione che se non fosse per gli attacchi di panico potrebbe veramente vivere bene. Ha appena avviato un,azienda con due altri soci, un,azienda che si occupa di software, di internet, insomma di nuovi modi di comunicare, e che sta avendo molto successo, ma dalla quale lui si tiene per il momento abbastanza ai margini, in attesa, dice, di risolvere il suo problema.

Alberto all,inizio ha difficolta a raccontare la sua storia: ci sono episodi o sensazioni che ricorda in modo vivido, e poi il vuoto per quanto riguarda certi periodi della sua vita, soprattutto quello che va da 7-8 anni fino a 11. Ma l,effettiva difficolta viene dal fatto che e tutto concentrato sugli attacchi di panico, sulla paura degli attacchi di panico e sulle sensazioni improvvise di confusione, sulla "paura della paura", come dice una volta. Quando durante il primo incontro gli chiedo di parlare un po, di se e della sua storia, Alberto cerca di sbrigarsela al piu presto per tornare al suo star male del momento. Il suo racconto non manca comunque di toccare punti cruciali. Per esempio insiste piu di una volta a dire che non pensa che la morte di suo padre abbia qualche attinenza con gli attuali attacchi di panico, ha reagito bene in quell,occasione, e inoltre gli attacchi sono venuti dopo. Non trova niente, nessun evento che possa dar ragione dei suoi attacchi: ha dei buoni amici e ci tiene ai rapporti con gli altri. Anzi, ci tiene talmente, che e sempre disponibilissimo a fare qualcosa che un altro gli chiede.

Pur volendo chiudere in fretta con il racconto di cio che gli e accaduto nella vita, prima degli attacchi di panico, affermando che fino al 1995 le cose sono andate abbastanza bene, siccome lo invito a raccontare come "sono andate bene", comincia a delinearsi qualcosa che a ragione Alberto definira piu tardi "difficolta di comunicazione e di rapporto".

Quando sua madre ha cercato di portarlo all,asilo, verso i 4 anni, si e sentito veramente disperato. Ha ancora precisa in mente la scena: sua madre che se ne va e lui che piange tutto il giorno e si tiene ai margini da ogni possibilita di gioco con gli altri bambini. Sua madre decide subito di tenerlo a casa con una "tata" che si occupi di lui, dal momento che lei lavora.

Del periodo delle scuole elementari non dice niente se non appunto che non ha ricordi e che invece ricorda come un incubo il passaggio alle scuole medie. Il passaggio cioe da una scuola con una sola maestra a una scuola in cui durante la stessa giornata si alternano piu professori. Questo periodo dagli 11 anni ai 14-15 anni, lo definisce il periodo del timore dell,appello, da parte dei professori e soprattutto dell,insegnante di tennis e di ginnastica, cui bisognava rispondere "presente". Lui cercava sempre di attardarsi negli spogliatoi per non dover rispondere "presente".

Questi elementi si confermeranno piuttosto significativi della posizione del soggetto nella "relazione con l,Altro in cui l,essere trova il proprio statuto" (2).

Comunque al termine di quel primo incontro, Alberto mi domanda se voglio parlare con sua madre per chiederle qualcosa di lui. Gli dico che considero importante quello che lui dice. E che d,altronde quello che dice sua madre riguarda un,altra storia. Percio non e necessario che porti ancora sua madre con se per le prossime sedute.

E infatti alla seduta successiva Alberto si presenta da solo alla porta del mio studio.

Il padre di Alberto e morto nel 1992. In quell,occasione non ha versato una lacrima. Ha pensato che da quel momento doveva cavarsela da solo. Suo padre, sin da quando lui era piccolo, ha avuto sempre dei problemi di salute. E questo ha condizionato molto la loro vita. Soprattutto quella di sua madre che doveva sempre occuparsi di lui, prendersene cura. Inoltre, da quando comincio ad avere problemi di salute, suo padre spesso urlava contro sua madre, e sua madre sempre zitta, sempre a sopportare. Non c,era modo di parlare con quell,uomo, non sentiva ragioni, e non accettava opinioni diverse dalle sue.

Alberto ricorda che dall,eta di 7 o 8 anni gli capitava di essere molto contento quando suo padre restava fuori casa per lavoro. Era tutto cosi calmo e tranquillo e sua madre cosi serena quando suo padre non c,era che gli capito piu di una volta di pensare che se non fosse tornato sarebbe stato meglio. Adesso pensa di aver avuto molta aggressivita nei confronti di suo padre, che ritiene abbia veramente rovinato la vita a sua madre, ma di sicuro ha sempre chinato la testa di fronte a lui. Non riusciva assolutamente a guardarlo negli occhi. Non sopportava quello sguardo. D,altronde lui ha sempre chinato la testa di fronte alle persone che considera piu forti, piu autorevoli o piu potenti. Persino a scuola quando i compagni lo prendevano in giro o gli facevano qualche scherzo lui riusciva soltanto ad abbassare la testa e a reprimere il desiderio che aveva di aggredirli.

Sua madre invece e stata sempre la persona su cui si e appoggiato. E gli dispiace che, dopo aver passato anni a prendersi cura di suo padre e del suo star male, ora sia costretta a prendersi cura di lui e a accompagnarlo tutto dove va.

Mano a mano che racconta episodi della sua storia, Alberto si vede costretto a constatare che in realta i suoi malesseri non sono cominciati soltanto nel 1995.

Quando all,inizio gli avevo chiesto se gli era successo qualcosa, se c,era stato qualche evento significativo per lui, nel periodo in cui aveva avuto i primi attacchi di panico, Alberto, dopo aver negato, aveva detto che in quegli anni era stato lasciato dalla fidanzata, ma che ormai quella relazione non funzionava piu ed era stata una liberazione anche per lui che finisse.

Ora pero si avvede che la prima volta che e stato veramente male e che e stato preso dal panico, e stato proprio a casa della fidanzata, una sera in cui avevano parlato delle difficolta che incontravano nella loro relazione. Poi si sorprende a dire che probabilmente alcuni malesseri avuti negli anni che hanno preceduto gli attacchi di panico, e quindi proprio negli anni dopo la morte di suo padre, - prima fortissimi attacchi di colite, poi mal di testa e paura di qualche malattia - dovevano gia avere a che fare con l,angoscia. Anzi per la verita gli sembra ora di aver vissuto molta parte della sua vita all,insegna degli alibi. Accorgersi di questo e un po, uno sconvolgimento delle idee che si era fatto.

In prossimita dell,orario della seduta successiva mi telefona per dire che non riesce proprio a muoversi di casa, ha il terrore di uscire per venire in seduta.

Considero la telefonata proprio in relazione allo "sconvolgimento di idee" della seduta precedente e gli dico che l,aspetto senz,altro alla seduta all,ora stabilita, dove potra parlare del terrore che prova. E infatti arriva puntuale. In seguito sua madre, ogni volta che Alberto risponde alle sue richieste con un no motivato dal suo star male, non manchera di sottolineare che pero per andare dalla dottoressa non sta male.

E, stato molto colpito dalla seduta precedente e si e sentito un po, vacillare. Molti episodi della sua vita sembrano risignificarsi. E, soprattutto stupito dall,essersi accorto di aver negato che, almeno dall,eta di 8-9 anni, non e mai stato bene con se stesso e ancor meno con gli altri.

Ricorda per esempio che c,e stato un periodo, verso i 5 anni, che, quando in casa la tensione era alta, a lui veniva voglia di vomitare. In realta non e mai riuscito a vomitare, pero correva in bagno e poi chiamava sua madre e le diceva "aiutami, aiutami, non voglio morire".

E quando doveva andare in piscina, che paura e che sofferenza: non riusciva proprio neanche ad immaginarsi di nuotare dove non toccava. Ma il peggio era quando si trattava di fare i tuffi: per quanto l,istruttore dicesse che poteva farcela, lui era paralizzato dal vuoto che gli si presentava davanti. La stessa cosa succedeva nelle lezioni di ginnastica: salire sulle pertiche o fare il quadro svedese era per lui veramente una tortura, per il vuoto con cui doveva misurarsi. Percio finche ha potuto si e fatto esonerare, oppure diceva che stava male.

Ma il peggio e venuto durante le scuole medie, quando i professori gli chiedevano di leggere in classe davanti agli altri. Costretto da cio che era scritto sulla pagina non poteva scegliere le parole con cui aggirare piu facilmente la balbuzie e quindi inciampava continuamente nelle lettere e questo lo metteva talmente nell,angoscia che non capiva assolutamente quello che leggeva. Ogni giorno quando si svegliava era preso dal panico di andare a scuola.

Questo non succedeva negli anni della scuola elementare ? Non si ricorda un,angoscia cosi, puo darsi pure che non balbettasse. Non si ricorda quando ha cominciato a balbettare, pero si ricorda che verso i 9 anni sua madre lo aveva portato da uno psicologo. Si ricorda soltanto che salutandolo lo psicologo gli disse che non doveva preoccuparsi di quello che diceva suo padre.

Da quel momento tutti in famiglia, e soprattutto sua madre, ad ogni difficolta dissero che era a causa della sua sensibilita e della sua timidezza.

Spesso pero lo chiamavano anche fifone, sia sua madre, sia suo padre e soprattutto gli amici. Aveva una tale insicurezza che ha sempre pensato di risolverla facendo come vedeva fare agli altri, ma soprattutto vestendosi come si vestivano quelli che lui reputava sicuri di quello che facevano. Si sceglieva qualcuno come modello, si atteggiava come lui e pensava che questo gli avrebbe fatto trovare il coraggio di affrontare gli altri e il mondo. In realta era soltanto una finta che non gli ha permesso di camminare con le proprie gambe.

Sin da piccolo ha avuto difficolta a stabilire legami con gli altri bambini. Crescendo il suo modo di mantenere le amicizie e stato quello di essere il piu possibile a disposizione delle esigenze dei suoi amici. Pero ha sofferto molto perche la cosa non era reciproca.

Insomma la sua e sempre stata una posizione di sottomissione per essere accettato dagli altri. Per lo stesso motivo ha sempre represso l,aggressivita che gli sorgeva dentro, a volte in modo prepotente. Ed e nello sguardo dell,altro che cerca i segni dell,essere o meno accettato.

Metto in rilievo il significante sottomissione e tengo conto della funzione che lo sguardo ha per Alberto mostrandomi distratta da altro.

Immediatamente emerge un ricordo di quando aveva circa 7 anni: era a casa di sua nonna paterna e stava sfogliando una rivista che aveva trovato in un mobile e si trovo di fronte all,immagine di due donne muscolose che lottavano nel fango. Provo un tonfo al cuore, un forte disagio, allo stesso tempo un forte turbamento e persino un,eccitazione. In seguito ebbe sempre un,attrazione per le donne che fantasticava potessero batterlo nella lotta. Quella stessa fantasia provocava un misto di disagio e di attrazione e gli procurava giramenti di testa e quasi un,eccitazione spropositata e incontrollabile, che non esternava. Soltanto una volta, due o tre anni dopo, una baby sitter si mise a giocare con lui e lui interpreto che volesse lottare e comincio ad impegnarsi con tutte le sue forze, finche lei si arrabbio e lo scaravento sul letto.

La scena che mette in moto il suo desiderio e quella in cui si trova sottomesso a una donna forte che lotta con lui, che subisce, ma il culmine del godimento e nel momento in cui lui riesce a rovesciare la situazione e a sottometterla a lui.

Per il momento il lavoro di Alberto in analisi e a questo punto. Gli attacchi di panico non sono piu continui e quindi Alberto qualche volta fa la sua strada senza accompagnatore. Ma ancora piu importante e che ora e veramente impegnato nel lavoro d,analisi.

Per concludere, alcune considerazioni sugli attacchi di panico, a partire dal caso di Alberto e da qualche altro caso.

Si nota che l,attacco di angoscia sorge quando nello spazio del soggetto emerge il buco, un punto di fuga. Questo punto di fuga all,infinito costituisce il punto di emergenza dello sguardo che provoca l,attacco di angoscia. Cio che provoca l,angoscia in Alberto e un luogo disposto in modo da presentificargli tanto un buco quanto qualcosa che funziona come sguardo. Quando lo sguardo emerge nello spazio avviene qualcosa che ha a che fare con la dissoluzione del fantasma, il quale infatti si sostiene in quanto non si sa da dove si e guardati. Invece quando lo sguardo emerge e si e guardati, catturati da quel punto di irradiamento, si produce una dissoluzione del fantasma e il contemporaneo svanire del soggetto. Sorge l,angoscia accompagnata da un sentimento di perdita di identita personale, di paralisi e di perdita di libido, cui fa riferimento Alberto quando descrive la caduta nella confusione, l,impossibilita di muoversi e la mancanza di qualsiasi volonta di fare qualcosa.

Per premunirsi contro questo rischio, si potrebbe dire che Alberto si serve di un simile, utilizzandolo come un io stabile grazie al quale puo spostarsi. E, come se l,accompagnatore venisse usato come una maschera presa in prestito. Mettendosi in corrispondenza speculare con lui, chi e esposto ad attacchi di angoscia puo mantenere un asse speculare e quindi un,immagine di se, un,identita che gli permette di affrontare cio che altrimenti e in qualche modo frammentato, disfatto.

L,angoscia pero si produce in quanto per il parlante si rende presente l,Altro in una domanda enigmatica e senza limiti, che il soggetto non sa come soddisfare e nei confronti della quale non sa cosa sacrificare per placare quella presenza, mettersi a posto nei confronti di essa e ristabilire cosi un limite.

Viene da chiedersi perche nei casi di attacchi di panico si tratti proprio dell,emergenza dello sguardo. Il caso di Alberto sembra indicare che sia legato al fatto di non aver pagato il tributo simbolico che da in cambio un,identita sessuata. Ma su questo dira qualcosa il lavoro che potra essere svolto d,ora in avanti.