World Association of Psychoalanysis

 

L’esperienza della "Gelassenheit" nella seduta analitica

Chiara Mangiarotti

 

In alcuni saggi scritti tra il 1911 ei 1914 Freud si sofferma sui problemi particolari della tecnica analitica ad uso di chi pratica la psicoanalisi. Freud e ben conscio del pericolo della standardizzazione - che di fatto in seguito, all’interno dell’IPA, prendera valore di dogma assoluto - e cerca di temperare le disposizioni che elenca, sottolineando la diversita delle costellazioni psichiche e la molteplicita dei fattori in gioco, vale a dire l’ineludibile particolarita che emerge sia da parte dello psicoanalista che del paziente (1).

La rilettura di Freud operata da Jacques Lacan ha messo in luce come il funzionamento della cura, cioe la tecnica, si collochi in un legame di dipendenza rispetto al quadro dei meccanismi logici dell’inconscio e alla causa che lo muove, cioe rispetto alla questione etica. L’inconscio e strutturato come un linguaggio, e fatto di elementi discreti. L’inconscio pensa, anzi meglio scrive, ma c’e un limite alla sua attivita di cifratura insito nella mancanza ad essere del soggetto, che costituisce allo stesso tempo il motore del desiderio.

L’analista si fa partner del soggetto incorporandosi alla struttura dell’inconscio, situandosi in modo omologo rispetto ad essa. Egli incarna la funzione del soggetto supposto sapere articolata al desiderio dell’analista. A partire da questo suo statuto etico, in quanto impegnata nella mancanza centrale che ha di mira il desiderio del soggetto, l’analisi si trova segnata, "nella cerimonia" da una "faccia vuota" (2) sostenuta dal sembiante d’oggetto offerto dallo psicoanalista.

Di questa cerimonia, come parlarne in termini che non siano attinenti alla tecnica della psicoanalisi, ma piuttosto ne rispettino l’etica ? In questo senso, con quali parole possiamo esprimere l’atmosfera in cui dovrebbero svolgersi le sedute analitiche ? Come indicare l’atteggiamento dell’analista con una espressione piu adeguata ai nostri intenti della "benevola neutralita" di tradizione postfreudiana ? Un prezioso suggerimento mi e venuto da Eric Laurent che in "Signos del 2000" n. 1 parla di introdurre nel dispositivo analitico la serenita ed impiega a questo proposito, dopo di J.A. Miller, una parola tratta da Heidegger: "Gelassenheit". Come ci ricorda J.A. Miller, parafrasando un’espressione di Heidegger: "I partner nel gioco della vita", tra i partner in rapporto ai quali Lacan gioca la partita della psicoanalisi, quando questa e colta a livello dell’etica, c’e la filosofia (3). In particolare Heidegger figura eminentemente tra i riferimenti di Lacan e diverse svolte del suo insegnamento sono segnate dal dibattito con il filosofo.

Nel tedesco corrente "Gelassenheit" significa serenita, tranquillita. Si tratta pero di un termine ricco di una grande pregnanza storica in quanto costituisce un vacabolo chiave nella tradizione mistica, sia cattolica che protestante, e riveste un ruolo essenziale in Meister Eckart. La "Gelassenheit" mistica indica in generale il "sich lassen", l’abbandonarsi a Dio attraverso l’annullamento delle passioni e dei desideri. Nell’uso che ne fa Heidegger, il termine e ricondotto alla sua radice, il verbo "lassen", situato in opposizione semantica al "wollen", il volere ; in una antitesi precisa al nietzschiano "Wille zur Macht", volonta di potenza. Da una parte infatti il volere e l’attitudine centrale della soggettivita rappresentativa dominante nell’eta moderna, mentre il "lassen" indica un rapporto alle cose che conduce all’incontro con l’Essere.

Nella conferenza "Vom Wesen der Wahrheit" (L’essenza della verita) del 1930, in cui compare per la prima volta il termine "Gelassenheit", troviamo l’espressione "sein-lassen", lasciar essere, che significa allo stesso tempo abbandonare, distogliersi e allo stesso tempo ammettere all’essere. Su questo punto abbiamo un riferimento preciso di Lacan quando dice che: "(...) la "Bejahung" (...) non e altro che la condizione primordiale perche del reale qualcosa venga ad offrirsi alla rivelazione dell’essere, o, per usare il linguaggio di Heidegger, sia lasciato essere." (S., p. 379) La "Bejahung", e per Freud l’ammissione fondamentale, la radice del giudizio attributivo - "e buono, e cattivo" - che precede quello predicativo. Per Lacan la "Bejahung" essenziale affinche l’ordine simbolico tenga e la "Bejahung" del Nome-del-Padre. Se questa e la condizione "perche del reale qualcosa (...) sia lasciato essere" allora, come e stato sottolineato da J.A. Miller, per Lacan c’e equivalenza tra essere ed essere simbolizzato, mentre si produce una scissione tra essere e reale (4), tra parlessere e oggetto perduto di Freud. Si tratta di vedere come, attraverso l’esperienza dell’analisi, la "Bejahung", sulla quale ha operato il processo di denagazione, potra di nuovo essere ammessa dal soggetto.

Due sono i testi principali in cui Heidegger tratta il tema della "Gelassenheit: Zur Erorterung der Gelassenheit", tradotto in italiano con il titolo "Per indicare il luogo dell’abbandono", tratto da un colloquio del 1944/45, successivamente messo per iscritto, tra uno Scienziato, un Erudito e un Maestro; e la conferenza "Gelassenheit", del 1959, tradotta in italiano con il titolo "L’abbandono" (5). Mi rivolgero qui essenzialmente al testo "Gelassenheit".

Lo spunto per questo discorso, pronunciato a Messkirch nel 1955, e la commemorazione celebrata in onore del compositore romantico tedesco Conradin Kreutzer suo concittadino. Heidegger si chiede, se una commemorazione e una occasione per pensare, che cosa significhi, al di la del rammemorare la biografia e le opere dell’artista "meditare su cio che investe ciascuno di noi, direttamente e in ogni momento, nel suo proprio essere" (6).

Ma c’e una difficolta ad attuare questo proposito perche l’uomo di oggi e disorientato ("Gedanken-flucht", in fuga davanti al pensiero). La nostra epoca infatti e caratterizzata dal pensiero scientifico, il pensiero calcolante e sembra non esserci posto per "un pensiero che pensa quel ""senso" che domina su tutto cio che e" (p. 30). Un pensiero che qui Heidegger chiama meditante e che altrove, in "Brief uber den "Humanismus"", (Lettera sull’umanesimo) definisce etica: "Quel pensiero che pensa la verita dell’essere come l’elemento originario dell’uomo in quanto ek-sistente e gia in se l’etica in senso originario." Etica e dunque per Heidegger un pensiero che pensa la verita dell’essere. Un pensiero che riguarda "cio che ci tocca piu da vicino, che riguarda ciascuno di noi nella sua individualita, qui ed ora" (p. 31).

L’essere umano trova la propria dimora nella propria Terra ("Heimat"), nel proprio luogo di origine. In particolare il poeta e l’artista sono coloro che compiono un percorso per avvicinarsi a questa dimora originaria. Tuttavia la nostra epoca minaccia il "radicarsi stabile" ("Bodenstandigkeit") dell’uomo di oggi nel proprio terreno. Il nostro tempo e caratterizzato da scoperte della scienza e della tecnica che implicano un radicale sovvertimento della visione del mondo: il mondo e pensato come un oggetto. Si tratta di una modalita completamente nuova, sorta per la prima volta in Europa nel XVII secolo. Oggi le comunicazioni di massa, la ricerca scientifica nel campo della genetica, in una parola i mezzi della tecnica ci prospettano una inquietante trasformazione del mondo. L’era atomica, al di la del pericolo di estinzione dell’uomo, sta preparando un attacco al suo essere, minaccia "il radicarsi stabile delle opere dell’uomo nel proprio terreno" (p. 37). Il vero pericolo non e la distruzione del mondo ma che il pensiero calcolante diventi l’unico pensiero.

Heidegger si chiede quale fondamento, quale nuovo terreno possano oggi essere concessi all’uomo. La sua risposta e: "Possiamo dir di si all’uso inevitabile dei prodotti della tecnica e nello stesso tempo possiamo dire loro di no, impedire che prendano il sopravvento su di noi, che deformino, confondano, devastino il nostro essere. (...) Vorrei chiamare questo contegno che dice allo stesso tempo si e no al mondo della tecnica con un’antica parola: l’abbandono di fronte alle cose ("die Gelassenheit zu den Dingen"). Il senso che governa il progresso tecnico si sottrae, si cela ai nostri occhi in quanto il progetto scientifico occulta la verita delle cose. Ma noi ci manteniamo aperti al senso della tecnica e chiamiamo questa modalita "l’apertura al mistero" ("die Offenheit fur das Geheimnis")."

Heidegger rintraccia dunque in queste due attitudini che si appartengono, l’abbandono di fronte alle cose e l’apertura al mistero, "la possibilita di un nuovo modo di radicarsi dell’uomo nel proprio terreno" (p. 39). Ma come farle accadere ? Esse, egli ci dice, "non accadono mai senza il nostro consenso (...) scaturiscono soltanto da un pensiero incessante e appassionato ("herzhaft")".

Nel "Rapporto di Roma" Lacan sottolinea "l’alienazione piu profonda del soggetto della civilta scientifica" (S., p. 274). L’impasse in cui egli si trova, data dalla comunicazione all’interno dell’oggettivazione delle scienza, gli consentira di dimenticare la sua soggettivita. Allo stesso tempo pero Lacan afferma che ne la pratica della psicoanalisi, ne la scoperta dell’inconscio di Freud avrebbero potuto avere luogo prima della nascita della scienza nel secolo del genio. Egli postula che il soggetto della psicoanalisi sia lo stesso del soggetto della scienza il cui statuto trova il suo punto di partenza nel "Cogito" cartesiano. Soggetto della scienza e soggetto dell’inconscio si equivalgono in quanto si fondano sulla stessa operazione: rifiuto di ogni sapere in Cartesio, rigetto preliminare del significante della rimozione originaria che produce la divisione dell’inconscio, per quanto riguarda il soggetto della psicoanalisi.

In entrambi i casi, quando parliamo di soggetto non ci riferiamo ad una persona ma ad una operazione che riguarda il sapere. La scienza cerca di suturare il soggetto attraverso un sapere universale, ma i suoi sforzi falliscono perche ci saranno sempre l’indecidibile, l’incalcolabile, in una parola il reale costituito dal caso, che le sfuggono. Nella faglia aperta dal fallimento della scienza si apre il sipario sulla scoperta di Freud: "Ein anderer Schauplatz." In che modo possiamo allora istituire un parallelo tra il dire di si e il dire di no alla tecnica di cui parla Heidegger e l’esperienza della psicoanalisi ? Possiamo articolarlo logicamente in due momenti, sul versante del soggetto e su quello dell’oggetto.

Primo: la psicoanalisi da una parte dice di si al soggetto della scienza, e il "suo" soggetto, ma allo stesso tempo dice di no al sapere universale e si sposta verso l’Altrove dell’inconscio per interrogare un sapere particolare, decifrare il senso dei sintomi e trovare il limite all’interpretazione nel reale del godimento del soggetto.

Secondo: l’analista dice si e no agli oggetti della scienza. Per immaginarizzare che "la condizione del soggetto (...) dipende da cio che si svolge nell’Altro" (S., p. 545) diciamo, secondo una felice espressione di A. Di Ciaccia, che l’Altro e "l’atmosfera" del soggetto (7). La scienza vi crea del nuovo. A questo proposito Lacan ha creato il termine "alethosphere", atmosfera di verita, da "aletheia", il non velato, termine che Heidegger ha ripreso dai greci. Questo neologismo di Lacan indica che la verita (formale) della scienza e ad esempio quella di popolare l’atmosfera di onde, nascoste al nostro sguardo.

Nel momento in cui Lacan ne stava parlando, nel Seminario XVII, le "onde" tenevano alto il morale dei cosmonauti nello spazio che potevano comunicare con la terra. Dicevano solo delle banalita ma cio non toglie che questo li sostenesse: "La voce umana non svela del tutto la sua verita." (8) La scienza crea anche una molteplicita di oggetti fatti per causare il nostro desiderio. Lacan ha un nome anche per loro. Li chiama "lathouses", da "lanthano", "nascondere" da cui proviene "aletheia", la verita. Ritroviamo qui il senso nascosto della tecnica di Heidegger, il mistero cui ci apriamo attraverso l’abbandono ("Gelassenheit") di fronte alle cose.

L’Altro in cui e immerso il soggetto della nostra epoca e l’"alethosphere", gli oggetti di cui e schiavo il suo desiderio sono le "lathouses". L’analista dice di si all’Altro del soggetto, alla sua atmosfera, agli oggetti della scienza, vi si incorpora e si fa supporto dell’oggetto, si fa "lathouse" per causare il desiderio del soggetto che anima il percorso analitico. Al termine di tale percorso, attraverso lo svelamento del fantasma e il riconoscimento del rapporto con il suo godimento, il soggetto potra aprirsi ad un desiderio nuovo, particolare a ciascuno. Il "radicarsi stabile", o meglio "la possibilita di un nuovo modo di radicarsi dell’uomo nel proprio terreno" di Heidegger equivale nell'esperienza analitica alla particolarita soggettiva cui al termine della cura il soggetto giunge a dire di si.

Si tratta di una nuova ammissione della Bejahung cui il soggetto perviene, come dice Miller, "attraverso una negazione della negazione che e la rimozione (...) E’ questo che permette alla "Bejahung" di svelarsi. E’ la evidentemente che si puo parlare di verita come "Aletheia", come svelamento" (9). Il soggetto in analisi si abbandona alla regola fondamentale, si abbandona all’oggetto supportato dall’analista, finche lo "sprechen-lassen", il lasciar parlare di Freud, non diventera un "fallen-lassen", lasciar-cadere l’oggetto che l’ha causato. Per quanto riguarda l’analista non si tratta allora di "creare l’atmosfera", come la crea un buon padrone di casa, ma di esserlo, quest’atmosfera, affinche il soggetto vi ci si possa abbandonare. Questo mi sembra il senso della "Gelassenheit" nella seduta, definita da J.A. Miller come "luogo che raccoglie la contingenza, in cui la necessita si allenta, (...) per eccellenza il luogo del possibile" (10).

 


  1. Cfr. in particolare "Inizio del trattamento", "Opere", vol. VII, Boringhieri, Torino.
  2. J. Lacan, "Il Seminario, Libro XI", Einaudi, Torino, 1973, p. 269.
  3. J.A. Miller, "Cause et consentiment", corso del 23 marzo 1988, inedito.
  4. "Ibid.", corso del 16 marzo 1988.
  5. M. Heidegger, "L’abbandono", Il melangolo, Genova, 1983.
  6. "Ibid.", p. 28.
  7. A. Di Ciaccia, "Le sujet et son Autre", "Preliminaire", n° 11, Bruxelles, p. 99.
  8. J. Lacan, "Le Seminaire livre XVII, L’envers de la psychanalyse", Seuil, Paris, 1991, p. 188.
  9. J.A. Miller, "Cause et consentiment", "op. cit.", corso del 18 novembre 1987.
  10. J.A. Miller, "Les contre-indications au traitement psychanalytique", "Mental", n° 5.