World Association of Psychoalanysis

 

Si puo fare una diagnosi di prepsicosi? Una questione preliminare alla diagnosi di struttura

Piero Feliciotti, Carlo Viganò

 

Il termine di prepsicosi non è di Lacan. E se negli anni del suo Seminario "Le Psicosi" (1955-56) egli fa dei riferimenti al dibattito, allora in corso nel mondo psicoanalitico, intorno a "ciò che precede la psicosi", è proprio per prenderne le distanze. Così, dice Lacan, « Prima di domandarci come ci è entrato, e di fare la storia della "Pre-psychotic Phase", prima di prendere le cose nel senso della genesi, come si fa sempre, il che è fonte di confusioni inesplicabili... » (1), conviene riprendere in considerazione la costruzione del delirio così come Freud l’ha proposta. Costruzione che mostra che i fenomeni della psicosi si possono spiegare se li si concepisce quali modificazioni di « elementi di un sistema costruito in funzione delle coordinate del linguaggio » (2).

Questo spostamento di accento dalla psicogenesi del delirio alla logica della sua costruzione ci appare molto moderno e sembra anticipare il proposito che ha guidato gli estensori del DSM: definire il fenomeno senza occuparsi delle cause (3). In realtà Lacan è più avanti e non dice: trascuriamo le cause su cui ci sono troppe divergenze di opinioni, e registriamo i fatti, gli indici sintomatici. Se respinge le ipotesi genetiche è proprio perchè il fenomeno psicotico gli appare chiaramente come un effetto del peso che il significante ha nell’esperienza umana, a differenza di quella animale (se l’animale ha un’esperienza!)

Quando ci invita a non lasciarci affascinare dalla prospettiva della genesi Lacan non ha in mente una particolare ipotesi; è solo per articolare il problema correttamente, e cioè a partire dal rapporto del soggetto con il simbolo e in particolare con il fatto che, nell’originaria introduzione nella dimensione simbolica, vi è la possibilità di una « "Verwerfung" primitiva, cioè che non sia simbolizzato qualcosa che si manifesterà nel reale » (4).

Naturalmente non si tratta di qualcosa che è semplicemente un "dato" della percezione, bensì di un "oggetto", qualcosa che così viene tagliato fuori dall’economia delle soddisfazioni, come anche dai dati della percezione. Nessuna possibilità quindi che i sintomi dell’asse I DSM (che restano sul piano dei dati fenomenologici), per il fatto della loro tipicità e ricorrenza, possano costituire l’ultima parola sulla natura della psicosi. In fondo anche i « sogni tipici » Freud li considerò alla stregua degli altri sogni, a partire dalla loro natura simbolica e quindi dalla struttura propria del significante, che è quella di rappresentare un soggetto per un altro significante e non di rappresentare un pezzo di realtà.

Né il richiamo al simbolo deve indurci a pensare che si vogliano introdurre qui delle considerazioni dell'ordine dell'etno-psichiatria, e mettere la follia in relazione con delle strutture culturali veicolate dal linguaggio. Vedremo invece come la prospettiva etno-psichiatrica - e Lacan lo dice chiaramente nel Seminario XVII (5) - possa costituire piuttosto un campo di applicazione della struttura lacaniana della psicosi; il contesto sociale non spiega la struttura della psicosi, ma pone dei problemi a livello della diagnosi.

Crisi e delirio

« Che cos’è l’inizio di una psicosi? » si domanda Lacan (6), « Una psicosi ha, come una nevrosi, una preistoria? C’è, o no, una psicosi infantile? ». E’ anche questo un tema d’attualità. Ad esempio, alcuni psichiatri inglesi (Cow e altri), che si ispirano alla filosofia del linguaggio hanno trovato che l’infanzia di psicotici adulti è sempre caratterizzata da disturbi del linguaggio, da specifiche difficoltà nell’apprendimento della grammatica e della sintassi documentate dal loro iter scolastico.

Tuttavia, nell’attenersi ai fenomeni descritti da Schreber a proposito dello sviluppo del suo delirio, Lacan conclude che tutto lascia presumere che "non vi sia preistoria della psicosi". Quando nella storia di una psicosi, a determinate condizioni, qualcosa appare nel mondo esterno che non è stato primitivamente simbolizzato, il soggetto si trova assolutamente « sprovveduto », incapace di operare una qualunque denegazione di quanto avviene. « Ciò che allora si produce ha il carattere di essere assolutamente escluso dal compromesso simbolizzante della nevrosi, e si traduce in un altro registro, con una vera reazione a catena a livello dell’immaginario, cioè nella contro-diagonale del nostro piccolo quadrato magico » (7). Il soggetto non è in grado di operare alcuna mediazione simbolica nella relazione con la realtà - quella che Freud chiama « realtà psichica » - ed entra in un altro modo di mediazione, sostituendo alla mediazione simbolica « un lavorio, una proliferazione immaginaria, nei quali si introduce, in modo deformato, e profondamente a-simbolico, il segnale centrale di una mediazione possibile ».

E’ questa una formulazione molto pertinente e clinicamente ineccepibile di ciò che Lacan chiama crisi e che va distinta dall’elaborazione immaginaria che porterà poi a stabilizzare i sintomi psicotici, cioè, ad esempio, i due episodi deliranti di Schreber: il primo, in seguito al desiderio irrealizzato di avere figli e il secondo, a distanza di più di cinque anni, in occasione della nomina a Presidente della Corte d’Appello. In quegli anni la sua vita fu perfettamente normale e inoltre non fu in base a queste crisi che si poté porre la diagnosi di paranoia.

Se dunque si sottrae la crisi (a posteriori possiamo chiamarla il momento dello scatenamento) ad una concezione secondo la quale la psicosi sarebbe una malattia a sviluppo subdolo, nascosto, come possiamo valutarne la struttura e, in particolare, il problema di una diagnosi « precoce »?

La traccia che Lacan ci fornisce è che qualcosa sia sorto nel reale e che ciò rappresenti per il soggetto quel qualcosa di se stesso che egli non ha mai simbolizzato. Notiamo anche che è lo studio della psicosi a far irrompere il registro del reale, ciò che Freud aveva sempre posto come fattore di ordine quantitativo, e che non permette di esaurire la soggettività nel binomio immaginario-simbolico. In particolare la dimensione del reale ci porterà a ripensare in termini diversi il tema della prepisicosi; non più nella traccia di una temporalità lineare, vale a dire come quello stato che "precede" lo scatenamento psicotico. Non solo: la dimensione del reale toglierà la diagnosi di psicosi da una certa dipendenza dal punto di vista quantitativo, sempre presente in Freud sotto forma di "perdita totale" della realtà.

Esaminando la struttura del delirio, lo statuto della certezza che vi si genera, come distinto da quello della credenza nevrotica, Lacan arriva a mettere il dito sull’elemento differenziale della psicosi. Esso non riguarda il rapporto che il soggetto intrattiene con le significazioni, con la coppia significante-significato; rapporto labirintico e connesso con la storia del soggetto sia nella psicosi che nella nevrosi, ma il rapporto del soggetto con il significante come tale. Nella psicosi il significante non si localizza nell’Altro e di conseguenza non si incarna in un altro soggetto, nel simile dell’intersoggettività (e infatti il rapporto con il simile, con lo specchio, nello psicotico è sempre altamente problematico: l’immaginario dello psicotico ha forme mostruose). L’azione del significante non comporta delle identificazioni, ma è nel reale. Un significante significa, ma lascia il soggetto nella perplessità circa il punto d’origine di questo significato: "chi" vuol dire qualcosa? un organo corporeo, nessuno o l’Altro come tale? (In fondo "chi" vuol dire qualcosa è sempre l’Altro, cioè la storia che ha già detto qualcosa sul soggetto, solo che il rapporto con questa storia è profondamente diverso per lo psicotico che si trova addosso il pesante compito di ri-costruirla, quasi fosse il padre di se stesso).

Orbene, proprio in ragione di queste premesse strutturali che così rigorosamente tendono a differenziare la psicosi dalla nevrosi, sembrerebbe incomprensibile l’affermazione: « Nulla assomiglia tanto a una sintomatologia nevrotica quanto una sintomatologia prepsicotica » (8).

Ma così non è; anzi, l’affermazione di Lacan ha una logica che ci proponiamo di esplicitare. Il che comporta non solo che il prepsicotico non è nevrotico - e per dimostrarlo non ci potremo accontentare di formule del tipo: l’inconscio è passato nel mondo esterno - ma anche che ci si interroghi su che cosa sia sintomo nella psicosi. Per fissare l’attenzione sui rapporti che ci preme evidenziare, quelli del soggetto con il significante, e che possono darci le indicazioni sulla struttura soggettiva, ricorderemo che « Bisogna concepire il significante anzitutto come distinto dalla significazione »(9). In occasione dell’apertura della Sezione clinica di Parigi qualcuno chiese a Lacan se anche nella psicosi un significante rappresenta un soggetto per un altro significante. Ebbene, non è questo il problema dello psicotico (lo è piuttosto per noi e per la nostra scolastica). Il problema dello psicotico è il significante non rappresentativo, il significante in quanto agisce innanzittutto al di fuori della significazione e quindi anche della rappresentazione di soggetto (10).

Proviamo a considerare due frammenti clinici, due episodi di crisi soggettiva e quindi di incontro con un reale non simbolizzato soggettivamente, il cui seguito ha portato a diagnosi differenti.

Sofia, dopo un litigio con l’amica, rientrando a casa sentiva le sue frasi ritornarle nella mente senza poterle scacciare; il cane del vicino che le abbaiava sempre quando rientrava a casa, le sembrava diverso, così nascosto nel buio, pioveva ed aveva in mano il suo ombrello che doveva ripararla dalla pioggia, ma di fronte a quel cane, si sentì persa e tutto le sembrò diverso, mai visto. Il primo lampo fu per lei il bagliore di un’astronave che era venuta a prenderla, era contemporaneamente in casa sua e nello spazio, slegata dal suolo, in preda al vuoto e sentiva di essere contemporaneamente sola e slegata dal mondo, in più posti, tra gente che non parlava la sua lingua e che non capiva di cosa stesse parlando.

Chiara, già al primo incontro, mi racconta con precisione come la cosa è iniziata. Si trovava in montagna, per le vacanze invernali, quando il gruppo dei suoi amici di sempre si spacca: si produce un sottogruppo di « piccoli », tra cui c’è anche lei, che i grandi non vogliono più con loro. Tra questi ultimi c’è anche la sua migliore amica, con la quale si interrompe ogni rapporto. Una volta tornata in città comincia a non mangiare, pur non essendo grassa. Non lo sa spiegare, ma così ha l’impressione di poter piacere di più … La madre preoccupata la porta da una dietologa: lei si attiene alla dieta, semplicemente quando pesa gli ingredienti toglie sempre qualcosa sulla pesata. Diagnosi e transfert L’apparizione di un significante nuovo, di una nuova struttura nelle relazioni tra i significanti di base, assume « un carattere devastante » (11). Lacan pone come « un nodo irriducibile » nella simbolizzazione del soggetto questa mancanza di un significante che interessa la relazione edipica. Si tratta di un buco e « Non c’è niente di più pericoloso dell’approccio a un vuoto » (12). In questo caso il soggetto non ha avuto alcuna possibilità di interrogarsi, di porre delle questioni, la questione si è posta per prima, senza che il soggetto l’abbia posta. In altre parole, nella psicosi, il momento di scatenamento è strutturale e obbliga lo psicotico a un’anticipazione logica continua (è il "Troia" (13) che viene dall’Altro) per cui il soggetto si pone nel luogo dell’Altro e si mette lui a ricostruire, a supportare l’Altro facendosene la questione vivente. Questo mettersi con il proprio essere nel luogo dell’Altro può declinarsi:

a) a livello immaginario: così il soggetto "fa come l’altro"; di qui l’affermazione di Lacan sulla somiglianza fra nevrosi e quella che oramai solo impropriamente possiamo definire prepsicosi;

b) a livello simbolico: quando questo lavoro di imitazione, questo sforzo per tenersi lontano dal buco non tiene più e incombe il reale del cattivo incontro, allora la psicosi fiorisce nel delirio che già da lungo tempo era implicito (come già De Clérambault aveva messo in evidenza);

c) a livello del sembiante: sarebbe la possibilità più felice: il significante nuovo inventato dallo psicotico riesce a dare una certa curvatura al reale, magari a livello della creazione letteraria o artistica o scientifica, imponendosi nel sociale.

Lacan ci ricorda un esempio di questo incontro col reale traendolo dalle sue presentazioni di malati: « Ricordate quel piccolo soggetto che evidentemente sembrava, a noi, molto lucido. Visto il modo in cui era cresciuto e aveva prosperato nell’esistenza, in mezzo all’anarchia, solo un po’ più patente che negli altri, della sua situazione famigliare, si era attaccato ad un amico, che era diventato il suo punto di radicamento nell’esistenza, e all’improvviso era successo qualcosa, e non era capace di spiegare cosa. Abbiamo ben colto che ciò riguardava l’apparizione della ragazza del partner, e oggi completiamo dicendo che egli ha sentito questo fatto come incestuoso, donde difesa … Questo bravo giovane aveva capito molto meno di noi. Inciampava di fronte a qualcosa, e gli mancava ogni chiave, si era messo a letto per tre mesi, per ritrovarsi. Era nella perplessità » (14). E aggiunge che un minimo di sensibilità ci fa qui toccare qualcosa « che si trova sempre in quella che si chiama la pre-psicosi ». E qui non si tratta di immaginare cosa possa passare nella testa di un soggetto che si trova così davanti al buco, ma di renderne ragione (15).

Se lo sgabello su cui poggia la nostra solitaria esistenza nella folla moderna è ridotto ad avere tre sole gambe, quando un soggetto si trova a confrontarsi, ad un crocicchio della sua vita, con la mancanza di una di esse, non è detto che riesca ancora a starci seduto.

Per Sara la mancanza di un significante ha rimesso in gioco l’insieme dei significanti, le relazioni che tra loro si erano stabilite in precedenza. La stessa cosa non è avvenuta per Chiara, che evitando di ingrassare ha potuto restare in sella. E’ sufficiente questo per fare una diagnosi di isteria?

Sappiamo quanto una diagnosi differenziale tra nevrosi e psicosi sia importante per decidere della conduzione della cura. L’analista però non si accontenta di un’ipotesi diagnostica come farebbe un qualunque psichiatra; è più esigente e conduce dei colloqui preliminari. Quello che attende è un sintomo che il soggetto possa mettere sotto transfert. Detto in altre parole: l’analista parte dalla supposizione di questa lettera di godimento che lo psicotico ha inventato, perché nel transfert essa possa fare catena.

Anche se Sara è stata vista in un servizio psichiatrico, mentre Chiara viene condotta dalla madre in privato, in entrambi i casi non c’è un sintomo che per il soggetto faccia domanda all’analista. Però, in entrambi i casi queste giovani desiderano parlare di ciò che sta loro accadendo. Si può forse affermare che non c’è una domanda d’analisi soggettivabile …? Ma già Michel Silvestre diceva che è un fatto che ci sono degli psicotici che vanno a cercare un analista. Né più né meno delle anoressiche. Così sarebbe più giusto dire che tutte e due queste donne desiderano soggettivare ciò che sta loro accadendo, cioè costruire qualcosa che organizzi il godimento meglio di quanto non facciano le proprie produzioni, dopo tutto mortifere. Se così non fosse, non andrebbero a cercare nessuno. Ciò che conta è che l’analista faccia qualcosa per diventare interlocutore in modo che, "après-coup", nei colloqui preliminari, una domanda possa prendere forma.

Ecco allora che il problema si sposta tutto sulla conduzione dei colloqui: perché diagnosi e sintomo sono sotto transfert, sia nella nevrosi che nella psicosi. Così, indipendetemente dalla struttura, la questione è: come costruire un sintomo che sia tale da interrogare il soggetto a livello dell’inconscio, come operare una rettifica soggettiva? In questa ottica la categoria di prepsicosi ci è di ostacolo logico, più che di aiuto; occorre qualcosa di più aderente al caso particolare. Diversamente la cura verrebbe unicamente decisa dal contesto e Sara sarebbe condotta a fare un buon esame di realtà, a ritrovare il filo del suo discorso in modo da evitarle di dover inventare una nuova lingua attraverso il rafforzamento di certe identificazioni precedenti - con l’invito implicito a mettere da parte la brutta esperienza della crisi. Chiara invece sarebbe ascoltata, alla ricerca di qualcosa che interroghi il suo divenire donna, dando all’anoressia il valore di un grido che noi trattiamo come un appello all’Altro, al padre. L’evoluzione della ricerca di Lacan Riprendiamo allora il percorso della ricerca lacaniana, perché esso ci conduce a scoprire nuovi strumenti per affrontare la situazione di un soggetto il cui sintomo sia ancora così poco deciso, perlomeno nella relazione con l’Altro del significante.

Con lo scritto "D’une question préliminaire" Lacan compie un salto epistemologico rispetto al Seminario e dà alla mancanza di un significante fondamentale uno statuto logico: la "forclusion" del Nome-del-Padre. E’ questo un concetto che si stacca dalla fenomenologia osservabile e quindi pone delle difficoltà come strumento per la diagnosi. Il Nome del Padre è quel significante che costituisce la chiave di volta (lacanianamente, il "point de capiton") per ogni operazione metaforica in quanto fornisce al soggetto quel posto vuoto nella catena significante che permette le operazioni di sostituzione e condensazione, vale a dire la significazione del Fallo. F è un significante totalmente asemantico, non significa nulla e per questo si presta a connettere tra loro le significazioni, le può mettere in rete in quanto rappresenta il vuoto che il significante come tale introduce nella vita umana (la morte della Cosa come destino della pulsione). Allo stesso tempo esso permette di difendersene mediante sostituzioni significanti, rimozione e ritorno del rimosso. E’ come nel gioco del 15: gli spostamenti delle tessere sono possibili solo se c’è una casella vuota.

Nella psicosi dunque la catena è bloccata, il soggetto si trova in un’alienazione che è assoluta di fronte all’Altro, dal quale non si stacca un S1 che lo rappresenti. Come si vede questa è una definizione strutturale, che contrasta con l’altra affermazione di Lacan, fatta proprio nella sede della Sezione clinica, il giorno della sua inaugurazione, che anche nella paranoia un significante rappresenta un soggetto per un altro significante. Il fatto è che nella nevrosi il sintomo è stato fino a un certo punto pensato esclusivamente secondo il paradigma esaustivo della rimozione, quindi come una metafora; invece è proprio il tema della prepsicosi a mostrarci che il paradigma di una forclusione della metafora (che corrisponde alla freudiana "perdita totale" della realtà) lascia un enigma a proposito del sintomo (16).

Per avviare una soluzione di questo enigma Lacan - solo nel campo della psicoanalisi - ha seguito una strada differente da quella di fare dell’impasse una categoria nosografica, il Borderline, cioè di rendere sintomo il non-sintomo. E’ una via che, come vedremo, permette di recuperare un versante del sintomo assolutamente freudiano, quello di una fissazione, di un attaccamento indistruttibile a una forma di godimento che è contemporaneamente produzione di una supplenza soggettiva.

Le tappe che portano a questa nuova soluzione sono fondamentalmente tre.

1. Il Seminario XI nella sua prima lezione su "Les noms du père"; questa lezione è rimasta inedita, perché nel frattempo la « scomunica » dell’IPA aveva determinato un cambiamento di priorità. Se il Nome del Padre può trovare una supplenza (come indica il plurale), vuol dire che la "preclusione" non è un meccanismo da pensare in termini assoluti, o meglio che la compensazione di cui Lacan parlava nel Seminario III non è solo immaginaria (identificazione all’immagine dell’amico, la compensazione identificatoria di cui parla a p. 230), ma può comportare una certa riparazione del simbolico.

2. La seconda tappa è il Seminario XVII, in cui Lacan riesce ad unificare pulsione, fantasma e legame sociale in un’unica scrittura, quella dei matemi del discorso. Non dimentichiamo che fu proprio a partire dalla logica dei discorsi che Lacan ebbe l’ispirazione di fondare una "Section clinique" per trasmettere il sapere dell’analista a livello del discorso clinico. Lo strumento logico dei discorsi permetteva a Lacan di annodare politica e clinica e di dimostrare come esse ridistribuiscono i posti nella « rivoluzione » dal discorso universitario a quello istituzionale. Era anche l’articolazione che non era riuscita all’antipsichiatria: dunque l’etica della psicoanalisi invece dell’etica del sacrificio o della lotta (alla Basaglia), permetteva di dare spazio all’emergere nella contingenza della particolarità del soggetto psicotico.

3. Infine la clinica del nodo borromeo darà a Lacan l’opportunità di riformulare la teoria del sintomo, elaborandone una sorta di teoria allargata in cui fa della supplenza del Nome del Padre, il punto di riparazione di un difetto di simbolizzazione. Questo apre la strada ad una diagnosi differenziale che può prescindere dalla dimostrazione di un sintomo come messaggio (17), evitando al tempo stesso l’operazione ambigua di coniare nuovi sintomi, del tipo « psicosi d’organo » o disturbi di personalità (che, letto con l’aforisma lacaniano secondo cui « la personalità è la paranoia », farebbe di quest’ultima una sorta di ideale implicito). Teoria del sintomo E’ importante sottolineare a questo punto che il progresso di Lacan nell’elaborazione di una teoria allargata del sintomo ci apre due possibilità:

1. individuare una struttura comune per fenomeni quali anoressia, tossicomania, alcolismo, bulimia, psicosomatica, depressione, panico e anche quella che veniva chiamata prepsicosi;

2. senza però ricorrere al concetto di borderline o di disturbi di personalità. Fatto importante, non solo perché tali concetti sono stati elaborati in un’ottica genetico-evolutiva (e dunque al di fuori dell’orientamento strutturale); e nemmeno tanto perchè la personalità per Lacan è, come si diceva, la paranoia; ma soprattutto perché questi concetti alla fin fine eludono la questione di una clinica e di una diagnosi sotto transfert (che riguarda sempre la particolare cifra prodotta dal soggetto), tendono a ricondurre la clinica psicoanalitica verso una clinica del comportamento, dell’oggettività medico-diagnostica, e perché, de-soggettivando la patologia e la risposta dell’Altro, fanno riferimento ad un soggetto costituito più che costituente.

Ma non c’è dubbio che queste patologie richiedano una nuova teoria del sintomo; e non solo per i lacaniani, a giudicare da espressioni quali psicosomatica, psicosi d’organo, patologie narcisistiche e così via.

Ci troviamo di fronte a dei comportamenti che non danno luogo ad una domanda di cura classica e di cui il soggetto non cerca un’interpretazione: essi non hanno la struttura del messaggio che ci interroghi nel luogo dell’Altro. Sono piuttosto delle risposte dell’Altro, qualcosa che il soggetto trova sul suo cammino, nella vita sociale. Fino al punto che siamo portati a dire che questi fenomeni sono fuori discorso, fuori di ciò che, nell’Altro, risponde alla struttura significante. Questo impone dunque di rovesciare la teoria del sintomo e dell’inconscio riconsiderandola dal punto di vista di ciò che (nel sintomo e nell’inconscio) non risponde del significante. Cioè dal punto di vista della pulsione. E’ una teoria che mette al centro il problema del godimento e non le formazioni dell’inconscio.

Possiamo dire che nell’ultimo Lacan la concezione del sintomo si avvicina ad un modello psicotico - Miller, nei Seminari del 96 e del 97, tende a prendere a modello di questa forma di sintomo piuttosto il sintomo ossessivo (18). Ciò è la conseguenza del fatto che l’Altro viene a caratterizzarsi per una mancanza strutturale e non contingente: non c’è significante del godimento. La preclusione originaria diventa strutturale: nell’Altro non c’è il significante che possa dire il godimento, e il Nome del Padre diventa esterno all’Altro. Così il Fallo è il significante del desiderio, ma solo in quanto diventa significante di un "manque-à-jouir".

In questa ottica il sintomo, ogni sintomo, diventa una supplenza: ogni formazione umana è un modo di frenare, di organizzare il godimento, la pulsione di morte. Il sintomo diventa il modo che il soggetto ha per arrangiarsi con l’incompletezza del significante. C’è chi passa per la rimozione, il nevrotico - e allora il fantasma diventa il modo di tenere sotto controllo il desiderio dell’Altro, mediante un oggetto che il soggetto crede di avere a portata di mano e che condensa del godimento recuperabile, privato. Ci sono poi altri modi di appropriarsi del godimento, di introdurlo in una dialettica di alienazione-separazione e qui i nuovi fenomeni della patologia si avvicinano alla psicosi.

Il sintomo è dunque del godimento che viene fissato da una funzione simbolica: f(X). Vediamo come questa funzione possa essere pensata quando supplisce al Nome del Padre edipico: è una lettera, cioè un significante solo (c’è una certa forzatura della linguistica in questo) dato che non funziona la metafora e dunque l’Altro è saltato in quanto catena significante. Un significante asemantico con cui il soggetto fa fronte al godimento, trasformandolo in lettera di godimento. E’ una struttura che richiama quella dell’olofrase: S1-S2 si incollano, fanno uno e questo fissa del godimento, ma fuori discorso; si potrebbe scrivere S1-a. Per questo l’interpretazione non funziona, perlomeno nel modo classico.

Così, prima che la struttura soggettiva sia decisa nell’Altro, o meglio: proprio perchè « l’insondabile decisione dell’essere » non venga ratificata nel luogo dell’Altro, il sintomo diventa il modo con cui ognuno può godere del proprio inconscio, facendo del sintomo il proprio partner: finché c’è sintomo c’è vita! Cioè, c’è negativizzazione e fissazione del godimento, arresto della pulsione di morte. Solo che il sintomo in quanto modo di godere dell’inconscio non domanda niente a nessuno. Perché ci sia domanda occorre che ci sia perdita di godimento. Lacan lo anticipava nel Seminario III, citando un caso di presentazione di malati: « C’è un’altra forma di difesa rispetto a quella provocata da una tendenza o da un significato proibiti. È la difesa che consiste nel non avvicinarsi al punto in cui non c’è risposta alla questione » (19).

Va da sé che un simile S1 non è il Nome-del-Padre (che viene sempre come S2), ma è un tratto unario che tiene in piedi l’identificazione, certamente in modo instabile. Si potrebbe dire che è una funzione esclusivamente simbolica: padre simbolico solo in quanto morto, P con zero. Istanza non castrata e non castrabile, che si può anche chiamare Super-Io, a intenderlo kleinianamente, un elemento discreto e fuori discorso. Effettivamente questa nuova articolazione del sintomo, che abbiamo chiamato modello psicotico del sintomo, ha come perno una nuova definizione della funzione del padre. Questo S1, tratto di identificazione ideale, si può accostare all’identificazione narcisistica con la Cosa, che, come ricorda Laurent, è il regime di identificazione tipico della malinconia (20). Si può trovarlo anche nell’isteria quando il padre viene idealizzato come padre morto ("C’est un titre, comme ancien combattent" (21)). Il ritorno del godimento prende la modalità della Cosa che cade sull’Io, la pulsione si concentra tutta nell’identificazione ideale.

Ciò che introduce la differenza e segna la possibilità di entrata nel discorso (e dunque l’uscita dalla depressione) è ora piuttosto il padre reale, quello che dà la "père-version": reale nelle due direzioni, quella del padre in carne ed ossa in quanto agente, strumento della castrazione (22) e quello del reale che c’è nel padre (il suo godimento). Teoria della clinica Questa nuova concezione del sintomo ha delle conseguenze a livello della diagnosi. Rispetto all’abituale (almeno in ambito lacaniano) opposizione strutturale Nevrosi/Psicosi, ora un’altra acquista valore: l’opposizione Lettera/Discorso. Essa non elimina la prima, ma la fonda. In che modo le tre strutture soggettive entrano nel discorso, ed eventualmente in quale discorso? La psicosi, che è fuori discorso del Maître, può entrare in quello dell’Analista? Oppure si può soltanto mantenere in equilibrio con una supplenza (o con dei passaggi all’atto nel sociale, o con delle identificazioni)? Si può affermare che le supplenze (tra le quali rientra il Sinthomo alla Joyce) mettono in atto quelli che Lacan nel Seminario XVII chiama « discorsi insostenibili » (23)?

Lacan fa riferimento alla matematica, che « non si può costruire se non a partire dal fatto che il significante possa significare se stesso ». Analogamente i discorsi insostenibili esprimono il tentativo (sintomatico) del soggetto di sbarazzarsi del postulato secondo cui un significante non può significare se stesso, di scavalcare cioè l’impossibile in cui consiste la castrazione. Il compromesso sintomatico non si realizza a livello e grazie alla significazione, per spostamento di significanti, ma a quello del legame sociale. L’impossibile da sopportare non viene manipolato tramite falsi nessi significanti, per essere invece evacuato con un gioco di prestigio. Ad essere manipolate sono le identificazioni immaginarie, le specularizzazioni, che portano ad una struttura del discorso dove il posto della verità (in basso a sinistra) appare svuotato del matema che lo occupa, il quale a sua volta va ad olofrasizzarsi nel posto di comando (in alto a sinistra). Così l’anoressica, prendendo il niente come oggetto (a), può arrivare a mettere nel posto della verità il vuoto e a identificarsi con quel niente in una deformazione insostenibile del discorso isterico (24).

La legge fondamentale del significante non è però in mano al soggetto, la cui esistenza ne viene pur sempre diretta. Questo, oltre a rendere insostenibile a livello sociale l’identificazione anoressica (che quindi nel sociale fa sintomo), ci fornisce l’indicazione per intervenire a livello della direzione della cura, che sarà tesa a sciogliere l’olofrase discorsiva.

Si capisce, ad esempio, l’utilità di questa nuova concezione del sintomo in patologie come appunto i cosiddetti borderline, gli adolescenti, gli psicotici o pre-psicotici e, più in generale, nel lavoro istituzionale, cioè in tutte quelle situazioni in cui il soggetto arriva con delle identificazioni che non sono discorsive o perché il discorso dell’Altro si è fissato in un’olofrase , o perché è passato nella realtà del discorso sociale.

Sono due situazioni differenti. La prima pone il problema, che è di natura etica, se mettere degli argini all’eventualità del passaggio all’atto o dello scatenamento psicotico o se costruire un luogo di accompagnamento che lo possa accogliere in modo da farlo giocare discorsivamente. La seconda, come la fissazione in un godimento regressivo, ad esempio bulimico, pone l’alternativa tra interpretare e quindi rinforzare il sintomo, oppure mettere il soggetto in condizione di parlare d’altro - ad esempio proponendogli l’esperienza del piccolo gruppo dove può emergere la differenza soggettiva.

In entrambi i casi non c’è perdita di godimento, ma tentativo di circoscriverlo in un discorso. La lettera che opera questa fissazione può essere più o meno inscritta nel corpo. Con questi soggetti bisogna allora operare una lettura, una scansione delle tracce e della vita quotidiana, alla ricerca delle identificazioni, delle crisi e dei passaggi all’atto, per costruire il luogo, anche se puramente virtuale, della loro verità soggettiva. E’ questo un lavoro preliminare che mette in gioco un S1 distinto da quello che ha fatto corpo con il soggetto in una lettera di godimento che lo identifica nominandolo. La via per connettere la lettera ad un discorso non è quindi aperta dall’interrogativo e dall’enigma, trovandosi il sapere (S2) in posizione irraggiungibile, in basso a destra, senza rapporti di impossibilità con la verità. Dovrà essere un atto che permetta al soggetto di interrogarsi in modo nuovo sul sapere a partire da questo S1 - e che per ora ci limitiamo a definire come l’autorità clinica messa in campo dal desiderio dell’analista.

Questi tentativi di far entrare il soggetto nel discorso spesso richiedono un lavoro a più livelli, per introdurre delle scansioni all’interno di una codifica sociale alla quale hanno contribuito la famiglia e le istituzioni sociali. Sono scansioni di tempo logico che possono avvenire se i molteplici transfert in cui è preso il soggetto trovano Un lettore che provochi lo scioglimento della loro olofrasizzazione provocando una serie di movimenti (atti) del soggetto stesso. Ciò è reso possibile solo dalla collaborazione o dal confronto tra operatori, che possono adottare tecniche diverse o che non hanno una precisa idea della psicoanalisi. Per questo è opportuno operare con una diagnosi che è ancora transclinica e che parte dal punto di vista di come il soggetto è al lavoro, prima di ogni domanda, per fare supplenza con i propri sintomi e arrangiarsi con il godimento. E’ però una diagnosi sotto transfert, sotto Altro, in quanto presuppone che ci si metta nell’ottica della costruzione analitica. Oltrettutto, questo modo di intendere la diagnosi fa apparire come la diagnosi di struttura soggettiva abbia spesso il sapore della diagnosi classica, sia cioè vissuta come una specie di pronunciamento sullo stato del soggetto che ha effetti di segregazione. Concepire invece una diagnosi in termini di discorso vuol dire, in fondo, scandire la lettura del momento di soggettivazione (perché nessuno è tossicomane o anoressico 24 ore al giorno); si potrebbe dire una diagnosi dinamica.

Non dobbiamo dimenticare che la critica di Lacan alla sua stessa concezione dell’intersoggettività (quella basata sullo schema L) è conseguente alla messa in evidenza della struttura del fantasma, che, nel suo funzionamento, mette a sua volta in discussione che vi sia una « parola piena », anche nel caso della nevrosi. L’isolamento della lettera, la costruzione del caso che si fa nel lavoro « "à plusieurs" », non hanno nulla a che vedere con l’idea che si tratti di una parola piena.

Ma la diagnosi è sotto transfert anche per un altro motivo. In questa concezione del sintomo e dell’inconscio come modo di estrarre e di fissare un godimento, l’interpretazione è dalla parte dell’inconscio del soggetto, mentre dalla parte dell’operatore c’è l’atto. L’atto dell’operatore o del terapeuta è quello che è in grado di mettere in moto l’inconscio, di metterlo al lavoro. Per cui la diagnosi è sempre il risultato après-coup dell’atto, è appunto un evento dialettico che mette in luce il modo in cui il soggetto risponde all’Altro. Ci si potrebbe riferire alle nevrosi attuali di Freud e leggere la teoria del trauma alla luce del tempo logico, riformulato da Lacan come "Uno + (a)" (25).

Insomma nella prepsicosi come nelle cosiddette patologie borderline si mette bene in evidenza che la possibilità di diagnosi è secondaria all’entrata del soggetto nel discorso, che cioè il limite è una prerogativa del discorso umano. Il compito di questa entrata, in questi casi, è affidato all’offerta di un desiderio che nasce in un discorso diverso da quello della normatività edipica, quello dell’analista. Se l’universitario ha da offrire il suo DSM e l’isterica il suo amore umanitario, l’analista si rivolge ad un soggetto segregato nelle sue forme di godimento, per far traballare quella lettera di godimento, quel (a) S/ che olofrasizza il discorso del soggetto, per dare l’avvio ad un qualche movimento di metafora. Opera cioè con quello che Miller ha chiamato il rovescio dell’interpretazione. Una teoria unificata del campo clinico Con l’introduzione della categoria di discorso Lacan riconsidera tutto il campo della psicoanalisi a partire dalla pulsione e non più dal significante e dà una teoria unificata che è, appunto, di tipo continuista e dove identificazione e pulsione sono articolati in una medesima struttura. Ci possiamo allora chiedere quale sia, sul piano clinico, la figura comune che meglio risponda ad una clinica pensata a partire dal godimento e dalla supplenza sintomatica.

C’è poi un altro punto importante: in questa figura comune si dovrà reperire un punto di incrocio, che corrisponde all’impasse dell’adolescenza, e che è il bivio dove i soggetti prendono strade diverse. Questo punto di "impasse" concerne l’utilizzo del fantasma (freudianamente l’erotizzazione delle fantasie infantili) che costituisce il fenomeno strutturale dell’adolescenza in quanto momento chiave e snodo della soggettivazione.

La figura che a livello clinico sembra rispondere meglio a questa lettura unificata è quella di depressione-melanconia versus mania. Ma ancora una volta ci troveremmo semplicemente nel luogo comune della psichiatria attuale, se non tenessimo conto di alcune precisazioni che l’elaborazione lacaniana rende possibili.

E’ necessaria, però, un’altra precisazione. Con questo punto di incrocio, si tratta di indicare qualcosa che non è propriamente una struttura clinica: infatti Lacan non dà alla depressione il ruolo di struttura. La depressione non fa sintomo, non è una formazione dell’inconscio, è lettera e non discorso. Mentre le altre scuole cercano di fare di questi stati delle strutture, noi li collochiamo fuori discorso e cerchiamo un’istanza transclinica con cui orientarci. L’istanza transclinica è il fantasma; e in questo caso la sua inutilizzabilità o assenza. Se il fantasma è ciò che lega il desiderio e la causa (sotto forma di oggetto causa del desiderio), Laurent ci avverte che « mania e melanconia designano due modi di separare il desiderio dalla causa » (26). E’ un modo di dire che nel punto di incrocio adolescenziale l’alienazione non si dialettizza con la separazione, proprio perchè il fantasma non lega desiderio e causa. E’ da qui che prendono origine queste patologie: che le si chiami alienazione senza separazione o, come ci sembra più preciso, difetto di separazione per difetto di alienazione. In sostanza non c’è estrazione dell’oggetto con cui arrivare al montaggio della pulsione nel fantasma (27).

Se la pulsione non si lega ad un oggetto, non prenderà la strada di un desiderio articolabile. Come scrivere allora un matema per quest’"impasse" del fantasma, cioe per questa alternanza di depressione-malinconia e di mania? – mostrando al tempo stesso che esse sono una il rovescio dell’altra in quanto due vicende della pulsione, e cioe due modi di tenere il desiderio separato dalla causa. Scrivendo questo matema potremmo rendere conto dell’altalena pulsionale che si verifica in queste forme patologiche e che fa in modo, per esempio, che la bulimia sia un momento di scatenamento pulsionale rispetto all’anoressia, e cioe, la polarità maniacale che, già presente nell’anoressia, diventa più evidente. Potremmo soprattutto comprendere perche molti soggetti che pure hanno tratti di tipo paranoide o schizofrenico, stazionano tuttavia in un decorso che i colleghi psichiatri debbono diagnosticare come disturbo bipolare (o anche schizo-affettivo?).

Il matema che potrebbe indicare questa specie di bilancia instabile della pulsione in cui non c’e posto per il soggetto barrato potrebbe essere: (A)<>(a).

Potremmo anche raffigurarcelo così:

(Nous ne sommes pas en mesure, pour des raisons techniques, de reproduire ici le schèma proposè)

Il rapporto tra i due elementi del matema e quello di una circolarità che indica una non-funzione. Il soggetto non c’e; o meglio, rimane intero, patologico e fuori discorso, in quanto l’ingresso nel discorso avviene per via fallica, cioe tramite la negativizzazione dell’oggetto e la sua introduzione nella pulsione con recupero di godimento. Se non c’e questo passaggio, il godimento si presenta come un pieno, le cui uniche scansioni sono delle lettere, inscritte o nel corpo proprio o in quello sociale.

Come leggere questa non-funzione circolare sul registro melanconia-mania?

Partiamo dalla mania: nella mania, dice Lacan, c'e una non-funzione dell'oggetto (a) (abbiamo messo (a) tra parentesi). Il risultato e, in certo modo, un totale sbilanciamento sull’altro versante, quello delle significazioni che proliferano, mobilizzandosi in una fuga continua e inarrestabile. Non sono associazioni, e la deriva maniacale. Perché non c'e catena significante. Infatti ciò che fa in modo che l'inconscio funzioni come un linguaggio, come catena, sono gli arresti e i legami ed e proprio quello che non c'e nella mania. Associazioni, arresti e legami funzionano solo per un oggetto che metonimicamente fissa del godimento e scandisce il desiderio. Il capitone funziona solo se c'e un godimento che metonimicamente ritorna, e che la funzione del Nome-del-Padre si incarica di annullare, di metaforizzare, di portare via nella catena associativa (Freud diceva che nella mania il soggetto trionfa del padre, ma lo diceva senza tenere conto della carica mortifera della pulsione di morte che c'e in questo trionfo, come dimostra il rischio di vita e l'alterazione degli stessi parametri biologici nella mania).

Così la mania e rigetto dell'inconscio per non funzione dell'oggetto (a). Il maniaco si perde in una serie infinita e inarrestabile di S1, S1, S1, S1 ... che non fanno mai legame. E' una lingua privata che non ha nulla a che vedere col linguaggio. Il soggetto, sciolto dall'oggetto, avverte un sollievo che gli fa mollare tutti gli ormeggi anche dalla parte del significante. Per esempio, la funzione maniacale dell'alcol e quella di addormentare l'oggetto troppo presente e così il soggetto si disinibisce. L'eccitazione maniacale può sembrare una festa, ma e una successione disorientata di elementi singoli del linguaggio, sciolta dalle costrizioni della semantica, emancipata dal reale (28). In qualche modo il soggetto e schiacciato sulla lettera.

Sull'altro versante, la melanconia-depressione e invece cedimento dell'Altro (A) nel più puro modello di "Lutto e melanconia". Ciò che distingue il lutto dalla melanconia e che, a partire dalla perdita dell'oggetto reale, il lavoro del lutto si incarica di rielaborare questo buco centrale (con il Lacan di poi, diremmo buco originario, preclusione originaria) ricorrendo ad una risistemazione e ad una mobilitazione di tutte le significazioni (falliche) della vita del soggetto. E' una riparazione della ferita fallica ricorrendo alle risorse falliche, all'inconscio, al linguaggio. Nella melanconia, invece, si ha un fallimento del soggetto rispetto a questo compito: il soggetto si sottrae al compito di ben-dire l'oggetto, cioe la mancanza di oggetto; come un vile (ma la distinzione e strutturale, fra preclusione nella melanconia e rimozione nella depressione minore), il soggetto si rifiuta al desiderio, cioe al dovere di mettere in buon ordine ed in buona connessione le proprie idee (i significanti) per circoscrivere il buco della mancanza di oggetto. E' un rigetto dell'inconscio per non funzione dell'Altro. Di qui il desiderio che si smorza, il rallentamento, anche psicomotorio, che non e tipico di una struttura ma che si può ritrovare in ogni struttura: nevrotica, perversa o psicotica, perché tutte e tre sono alle prese con il dovere di ben-dire, cioe con la funzione di supplenza che il linguaggio ha rispetto al godimento puro. Diciamo che il soggetto e talmente occupato dall'oggetto che la catena significante si blocca, rallenta e le significazioni non scivolano.

Dunque che ne e della pulsione? In questo caso la pulsione emerge come pulsione di morte allo stato puro, come nella melanconia. Il soggetto e talmente schiacciato sull'oggetto, oggetto orribile, pieno, che non passa per la puntuazione fallica, e deve ricorrere all'atto (anche suicidario) per introdurre una mancanza.

Torniamo allora sulla valenza che questo polo depressivo ha nei cosidetti borderline. La patologia borderline avrebbe in comune con la depressione questo rifiuto dell'Altro e una manovra che, per tentare la separazione senza passare per l'Altro, mobilita degli oggetti che non sono oggetti causa di desiderio, ma oggetti infantili, regressivi, che pongono comunque un freno al godimento mortifero scatenato dalla presenza di questo oggetto innominabile, in quanto non negativizzato dal significante. Così il cibo nell'anoressia-bulimia, la droga, o l'alcol fungono da oggetti separatori, falsi perché non reperiti sul corpo dell'Altro. Dunque non si costruisce un fantasma con questi oggetti, semmai si rinforza un'identificazione, come già diceva Freud quando affermava che la droga procura un rinforzo identificatorio.

A questo punto il quesito che abbiamo espresso nel titolo può trovare un’ipotesi di risposta, per cui la diagnosi di psicosi si avvicina maggiormente all’espressione lacaniana secondo la quale essa sarebbe “ un’insondabile decisione dell’essere ”. Di questa decisione, la nostra scuola ha potuto esplicitare due caratteristiche, in due momenti successivi. Essi sono stati ben marcati da due interventi di J.A. Miller. Li richiamiamo soltanto: nel 1986 egli ha sviluppato come la decisione psicotica concerna il tema della libertà umana, in opposizione alla "lâcheté morale" di fronte al significante, tipica della mania. Nel 1992 invece ci ha mostrato come essa costituisca il prototipo dell’ironia - questa rispetto al reale - in opposizione all’umorismo, con cui il significante ci difende dal reale.

Per una clinica della supplenza

Concluderemo con qualche cenno a quella che si potrebbe chiamare la nuova questione preliminare. Se preliminare ad ogni trattamento della psicosi e la messa in evidenza della funzione del Nome-del-Padre e della sua preclusione; nel trattamento dei "nuovi sintomi" e preliminare la messa in chiaro della funzione di supplenza del Nome-del-Padre. Per fare luce su di essa Lacan ha trovato la struttura del nodo borromeo.

Lacan era alla ricerca di una collocazione per l’oggetto (a) in quanto mancanza strutturale che caratterizza il soggetto. L’ipotesi era di collocarlo nella struttura della domanda, dove compare come quarto termine della logica dell’amore (29), riassunta dalla frase: "1) Io ti domando (Immaginario) 2) di rifiutarmi (Simbolico) 3) ciò che ti offro (Reale) S/) perché non e questo". L’espressione "non "e" questo" ci dice cosa e l’oggetto (a).

Nella messa a piatto del nodo Lacan collocherà l’oggetto (a) nello spazio centrale che "normalmente" assicura la tenuta del nodo. Quando però i tre anelli non sono correttamente allacciati, occorrerà, perché essi tengano assieme - anche se non più in modo borromeico -, un quarto anello che blocchi lo scioglimento di uno o di tutti gli altri (scatenamento). Questo quarto anello e quello che mostra la funzione della supplenza. Si tratta dunque di una supplenza “ vuoto repentinamente percepito della "Verwerfung" inaugurale ” (30).

Il punto di partenza dell’elaborazione di questa supplenza lo troviamo nel Seminario VIII: il silenzio di Socrate nel Simposio e l’agalma incluso nell’Altro, che organizza l’Altro in posizione di extimità.. In questo luogo Lacan pone un significante diverso dagli altri, S(A/), senza il quale gli altri significanti non rappresentano niente. E’ un modo di scrivere che, di fronte al godimento, l’Altro non esiste, e la funzione fondatrice del “ difetto nell’universo ”. Compare poi, nel Seminario XX, "lalingua", cioe un simbolico slegato dall’Altro e riferito all’Uno del godimento. A questo punto il Nome del Padre non e che un modo di suturare la divisione dell’Altro, quello del mito freudiano. Il nodo borromeo e l’Uno del godimento: nell’eterogeneità dei tre registri, reale, simbolico e immaginario, c’e un medium, non ideale, l’annodamento borromeo.

L’annodamento però e strutturalmente precluso e richiede un quarto elemento, implicito o esplicito, che faccia nodo: per Freud il quarto, esplicito, e l’Edipo. Lacan individua questa funzione di supplenza come quella di dare un nome alle cose (31). Il quarto elemento supplisce a questa funzione di nominazione, che manca nell’Altro e che quindi non e più un privilegio dell’Altro.

Lo scatenamento della psicosi non e che la rottura dell’anello del simbolico e come tale non sarà più la condizione necessaria e sufficiente per fare diagnosi di psicosi. Si può sempre pensare che essa venga riparata e allora la diagnosi dovrà raccogliere le tracce della supplenza.

Dobbiamo notare che in questa prospettiva del nodo, anche l’atto dell’analista, il rovescio dell’interpretazione, diventa plurale: taglio, scansione, equivoco, supplenza, iniezione simbolica.

Un’ultima osservazione riguarda la conclusione della cura. Nel trattamento delle nuove patologie, nella nostra esperienza, emerge un problema: sono molto frequenti i cosiddetti adolescenti, in particolare bulimiche e tossicodipendenti, per i quali la cura diventa l’occasione di un accesso al fantasma e dunque ad un’istituzione soggettiva. E’ il contrario di un’analisi terminata che dovrebbe portare alla destituzione soggettiva e all’attraversamento del fantasma. A quel punto il transfert sembra non tenere più e i soggetti interrompono la cura. In fondo quella scansione che induce alla messa in forma del sintomo e all’entrata nel discorso, ha un effetto stabilizzante che si attua proprio nella messa in funzione del fantasma. Si tratta di un lavoro che, nel passaggio dalla lettera al discorso, va piuttosto nel senso di un funzionamento dell’Edipo o comunque di una supplenza sintomatica. E’ sicuramente un effetto terapeutico, e per andare oltre e necessaria una decisione del soggetto, ma questo non pone dei problemi per la psicoanalisi?

Dato che e l’etica del discorso analitico a permettere questo movimento, non possiamo vedere una risposta al problema nella tendenza a ricorrere al gruppo per il trattamento di queste patologie? Il gruppo potrebbe offrire al soggetto, mediante i transfert laterali, l’occasione per ricontrattare la definizione sociale del sintomo e quindi per mettere alla prova il proprio fantasma e sostenersi diversamente nella sua ricerca. E’ questa perlomeno l’indicazione che ci viene dal lavoro in équipe nelle istituzioni, dove ciò che l’équipe sostiene, con il prenderne atto, e l’opera del soggetto. La presa d’atto delle sue lettere di godimento crea una “ semantica nuova ” (32), un’interpretazione del "joui-sens".


 

1 - Lacan (J.), "Il Seminario, Libro III, Le psicosi", Torino, Einaudi, 1985, p. 67-68.

2 - "Ibid."

3 - Il processo che ha guidato la nascita del DSM ha messo i moderni psichiatri in una situazione che ricorda lontanamente quella di Lacan; infatti la dipendenza dell’uomo dal significante si è imposta al maitre moderno sotto l’urgenza del fattore economico, della legge del mercato che spinge a misurare tutto nel tentativo di ridurre tutto a significante, a sistema contabile. Dal punto di vista del metodo, questa evidenza risulta dalla combinazione di una doppia metafora: quella ottocentesca dell'uomo-macchina-a-vapore (termodinamica), e quella attuale dell'uomo-computer (cibernetica). E’ piuttosto questo processo che pone la psichiatria di fronte al linguaggio come tale e ad un reale che sfugge sempre e che viene « tagliato fuori dall’economia delle soddisfazioni » - e a tal punto lo psicotico è fuori dalle soddisfazioni sociali da mettere in discussione in modo radicale lo stesso legame sociale. Tutta l’impostazione del cognitivismo, con la sua ossessione per la valutazione oggettiva, non fa altro che evidenziare - sul registro contabile - questa dipendenza strutturale dal significante. Al contrario, il discorso dello psicoanalista opera un rovesciamento per cui la dipendenza del soggetto dal significante passa dal discorso della padronanza a quello dell’inconscio.

4 - "Ibid.", p. 96.

5 - Lacan (J.), "Le Seminaire, Livre XVII, L’envers de la psychanalyse", Paris, Seuil, 1991, p. 104-5.

6 - Lacan (J.), "Il Seminario, Libro III, Le psicosi", "op. cit.", p. 103.

7 - J. Lacan, "Il Seminario, Libro III, Le psicosi", Torino, Einaudi, 1985, p. 103. Lacan si riferisce qui all’asse a-a’ dello schema L.

8 - "Ibid.", p. 226.

9 - J. Lacan, "Il Seminario, Libro III, Le psicosi", Torino, Einaudi, 1985, p. 235.

10 - E’ la questione posta dal matema S(A/), così vicino alla "posizione psicotica" - che cos’è qui l’S? qualunque cosa sia è dalla parte del soggetto e non dell’Altro; nel grafo, è dalla parte della risposta e non della domanda; è qualcosa di cui il soggetto si appropria nella separazione dall’Altro e che crea, come significante nuovo, come invenzione. E’ questa la lettera? Strutturalmente sì; anche se questa lettera deve passare per l’Altro per avvicinarsi alla sublimazione e non essere mortifera; come anche per diventare "sintomatica", nei colloqui preliminari.

11 - J. Lacan, "Il Seminario, Libro III, Le psicosi", Torino, Einaudi, 1985, p. 237.

12 - "Ibid.", p. 238.

13 - "Ibid.", p. 59.

14 - "Ibid.", p. 238-9.

15 - Perché la differenza è di struttura: in fondo anche il nevrotico è perplesso, solo che può mettere nell’inconscio la perplessità - che ritorna poi ad interrogarlo nell’enigma del sintomo - cioè può rimuoverla, grazie al Nome del Padre che fa il lavoro di rappresentare il soggetto. Il mito del Padre, il mito edipico, serve al nevrotico per stare alla larga dalla perplessità sull’Altro e sulla sua mancanza strutturale.

16 - Come Jacques-Alain Miller ha messo in evidenza, fino ad un certo punto del suo insegnamento Lacan presuppone ma non formalizza il Reale. Così il rapporto NdP/DM viene a corrispondere a quello Simbolico/Immaginario: il DM non addomesticato nel NdP è allora piuttosto quello delle "fantasie" - e non del fantasma - cui questo DM consegna il bambino, uno spazio onnisignificante in cui tutto è possibile. E' un po' il versante kleiniano di Lacan, prima dell'introduzione del fantasma. La riprova di ciò ci sembra data dal fatto che se partiamo dall'opposizione dei due registri Simbolico vs Immaginario, e cioè dallo schema L, la psicosi (e la pulsione) è ricondotta a un puro meccanismo immaginario in cui il delirio è qualificato di produzione irreale. Mentre nella "Question", Lacan corregge (a posteriori) lo schema R, specificando che, a partire dall'introduzione dell'oggetto (a), il Reale diventa una Banda di "Moebius"; il che provoca una torsione del rapporto fra Simbolico e Immaginario che non è più di corrispondenza.

17 - Nella seconda parte del suo insegnamento, passato dalla dialettica del riconoscimento al soggetto come effetto della struttura di linguaggio, Lacan si sbarazza della retorica del messaggio e può arrivare a dire che il linguaggio non serve a comunicare ma a fare segno di un soggetto. Dunque - al rovescio - nessuna lettera … senza che l’Altro la legga.

18 - Nella seduta del 21 maggio 1997 ("L’Autre qui n’exsiste pas et ses Comités d’éthique"), Miller introduce il riferimento alla metapsicologia della nevrosi ossessiva di "Inibizione, sintomo e angoscia"; riferimento che serve da guida nel Seminario dell’anno successivo ("Le partnaire-symptôme") e che viene ampiamente sviluppato attraverso il commento dell’articolo di Freud in particolare nelle sedute del 3 e 10 dicembre 1997.

19 - J. Lacan, "Il Seminario. Libro III, Le psicosi", Torino, Einaudi, 1985, p. 238.

20 - E. Laurent, « Melanconia, dolore di esistere, viltà morale », "La Psicoanalisi", n° 9, Roma, Astrolabio, 1991, p. 70.

21 - "È un titolo, come ex-combattente". J. Lacan, "Le Seminaire, Livre XVII, L’envers de la psychanalyse", Paris, Seuil, 1991, p. 108.

22 - "Ibid.", p. 146.

23 - "Ibid.", p. 103.

24 - Proviamo a scrivere sul discorso isterico questo modo sintomatico di passare alla soggettivazione adolescenziale: (a) S/     S1 S2

25 - J. Lacan, "Il Seminario, Libro XX, Ancora", Torino, Einaudi, 1983, pp. 48-9.

26 - E. Laurent, « Melanconia, dolore di esistere, viltà morale », "La Psicoanalisi", n° 9, Roma, Astrolabio, 1991, p. 67.

27 - Ci sembra inoltre che questa elaborazione renda impraticabile un concetto come quello di metafora debole per definire ciò che è in gioco nello scacco del passaggio adolescenziale. Infatti, che ce ne sia una forte è piuttosto il mito con cui il nevrotico si assicura dell’Altro. Se seguiamo la «rivoluzione» che la rotazione dei discorsi rende possibile, ci accorgiamo che in fondo la metafora è sempre debole, come dimostra, nel piano inferiore del discorso dell’analista, il punzone dell’impossibilità tra S2 e S1. In altre parole, la verità ultima del discorso isterico è che il padre è castrato fin dall’inizio e dunque che il suo intervento « mitico » non potrebbe rimettere totalmente in circolazione un godimento per sempre perduto. Dunque, al di là del Nome del Padre (S2), l’S1 resta una possibile invenzione ( c’è dell’Uno) anche se e proprio perché è, in fondo, un arbitrio, un salto nel vuoto, un atto creatore e senza garanzia. Ma è proprio questo che unisce in S(A/), la posizione del nevrotico e quella dello psicotico, in un’ « insondabile decisione dell’essere ». Può scaturirne il peggio (come è il lavoro estenuante dello psicotico per ricostruirsi), una lettera che uccide, come dice Lacan, ma anche una possibilità di libertà (non senza l’Altro). L’unico elemento che ci sembra debba restare debole, è allora la logica dei discorsi; in modo tale che il soggetto possa compiervi una rivoluzione. Questa debolezza discorsiva può essere assente, ad esempio, all’interno della pratica istituzionale (ma anche nel discorso familiare olofrasizzato), che vi oppone invece il legame « debile » di un’identificazione forte. E’ questo discorso truccato, debile appunto, che obbliga il soggetto a quelle deformazioni discorsive che diventano sintomatiche (in quanto instabili) per l’organizzazione sociale (e familiare) .

28 - C. Soler, “ La mania: peccato mortale ”, "La Psicoanalisi ", n¡ 9, "op. cit.", p. 57.

29 - La sera prima della seduta del 9/02/1972 del seminario "… ou pire", una persona gli presentò la figura dello stemma dei Borromeo e subito questa parve a Lacan più propizia di quella del tetraedro su cui stava lavorando.

31 - "io mostro la funzione radicale del Nome-del-Padre, che e di dare un nome alle cose, con tutte le conseguenze che questo comporta, fin al godere specialmente". J. Lacan, SŽminaire du 11 mars 1975, "Ornicar?", n¡ 5, inverno 75/76, p. 21.

32 - J.A. Miller, “ Le plus-de-dire ”, "La Cause freudienne", n¡ 30, maggio 1995, p. 10.