World Association of Psychoalanysis

 

Corpi

Rosa Elena Manzetti

 

« Un corpo e qualcosa che e fatto per godere, per godere di se stesso. »
(Jacques Lacan, « Psychanalyse et medecine », 1967)

 

Clinici, chirurghi e psicoanalisti sono diversamente impegnati di fronte a quello che i soggetti presentano come disordini dei corpi.

Quando diciamo che abbiamo due gambe e due piedi, che le due gambe sono sostanzialmente identiche, che tuttavia un piede e un po’ piu grande dell’altro, che una gamba fa parte del corpo e che possiamo esaminarla da tutti i punti di vista, che possiamo anche nasconderla allo sguardo sia nostro sia di altri, parliamo di un’evidenza che riguarda una realta tangibile del corpo.

Ma per noi, esseri parlanti, e sufficiente questa realta tangibile dell’organismo per parlare di quello che chiamiamo corpo? Se ascoltiamo quello che un soggetto dice del proprio corpo — che noi stessi diciamo parlando del nostro corpo — ci accorgiamo che per parlare di corpo non si puo mancare di aggiungere all’organismo vivente anche l’immagine che il soggetto ne ha. L’organismo ha coesione soltanto se l’individualita organica prende corpo attraverso un riconoscimento simbolico.

Sembra un concetto difficile, ma e soltanto difficile per me dire qualcosa che ciascuno di noi puo aver incontrato nella sua esperienza clinica: pensiamo con quale panico, quale disperazione, viene enunciato da qualcuno di non sentire piu uno dei suoi arti per esempio. Eppure, accontentandoci dell’evidenza, dovremo richiamarlo alla realta che la sua gamba e ancora li. Ma il soggetto ci dice che si e introdotta una discordanza tra l’immagine che ha del suo corpo e l’organismo. Altro esempio. Qualcuno cui sia stato amputato un arto e che dichiari l’insopportabilita della sofferenza che sente a quell’arto, sa bene che l’arto non c’e piu, ma quell’evidenza per il momento opera una discordanza con l’immagine che il soggetto ha del suo corpo in cui l’amputazione non ha posto.

La realta del corpo quindi piu che un’evidenza e per il soggetto una costruzione. Potremmo fare molti altri esempi che dimostrano come restare sul piano dell’evidenza non sfiori nemmeno cio che per un soggetto e il suo corpo e di conseguenza come spesso i disordini che lo attraversano siano funzionali a qualcosa che il soggetto deve salvaguardare per non andare incontro a qualcosa di insopportabile.

Per Tullio, per esempio, un artigiano molto abile che ristruttura mobili antichi, la perdita di due dita della mano destra lo inscrive di diritto nella trasmissione paterna. Il padre, prima di lui, si e dedicato a quel mestiere con riconoscimenti importanti a livello internazionale. Ora Tullio, in un momento un po’ difficile nel suo lavoro, ribadisce di non essere da meno in questo modo anche doloroso, ma che gli funge da sostegno identificatorio. Tullio ha perso le due dita per un incidente avvenuto mentre lavorava con uno strumento del suo laboratorio. Quando lo vedo dopo che si e ricoverato per le cure del caso, la prima cosa che mi racconta tra il preoccupato e il divertito, e di essersi accorto di aver detto, al medico che gli prestava le prime cure, una frase che subito dopo aver detto le e risuonata piu significativa di quanto credesse mentre la diceva quasi sopra pensiero. Infatti mentre il medico si occupava delle sue dita perdute, egli si e sentito dire che quegli incidenti fanno parte del suo mestiere, era capitato anche a suo padre e proprio alla stessa mano. E aveva concluso dicendo: « bisognava aspettarselo. Da qualche tempo gli passava spesso nei pensieri che avrebbe dovuto farsi attenzione, perche una volta o l’altra sarebbe potuto accadere qualcosa anche a lui ».

Tullio è sorpreso di riconoscere che se l’aspettava e che tuttavia l’attesa è stata elusa dalla sorpresa prodotta dal taglio.

Ne conclude che perdere due dita è stata una strada tortuosa per ridarsi coraggio in un momento difficile, in qualche modo dicendosi che, come a suo padre, anche a lui non sarebbero mancati i riconoscimenti che meritava.

Il corpo di Tullio è stato per lui la scena di qualcosa che è accaduto perché il suo corpo è per lui qualcosa di più di un semplice organismo, infatti le sue dita perdute segnalano il suo corpo piuttosto come la scena di incontri singolari, quasi la scena in cui prendono posto i suoi " traumi psichici ", per dirla con Freud.

Siccome Tullio ha la fortuna di godere di un certo benessere e di vivere oggi, quando i progressi delle tecnologie e delle conoscenze mediche permettono di riparare dal punto di vista fisiologico a tali incidenti, si è posto il problema di farsi riattaccare le dita. Ora, senza introdurre altri dettagli sul caso specifico, dirò soltanto che il lavoro fatto da Tullio intorno a questa perdita, — come fosse necessario per lui farsene carico soggettivamente, rompere il legame con il significato che aveva dato a quelle dita tagliate e impegnarsi in un lavoro di lutto, per poter infine lasciare posto al ristabilimento di una funzione – mi ha permesso di riflettere sul problema sempre presente della frontiera tra il vivente e il corpo che le tecnologie attuali rendono ogni giorno più complesso.

Il corpo interessato in un trapianto, in un’operazione, in una ricerca, in una analisi clinica, nella cura di qualche elemento organico, non è soltanto un organismo meccanico, non è quindi soltanto il corpo della scienza, perché ogni persona vive il proprio corpo non nella sua configurazione anatomica, ma attraverso gli eventi che il suo desiderio trasfigura.

Se abbiamo un corpo, è il linguaggio che ce lo attribuisce. Che sia così ce lo dicono le più diverse manifestazione della vita: non c’è niente di più amabile e di più bello del corpo idealizzato dell’amato o dell’amata, e nessun criterio estetico potrò dissuadere da quella convinzione; non c’è niente di più angosciante del significato mortifero dato a un sia pur minimo malessere corporeo; non c’è niente di più inattacabile da una cura che si occupi di ciò che non va nell’organismo, di un desiderio che cede su se stesso portando il soggetto alla morte.

Che il corpo non sia il puro e semplice organismo con le sue proprie funzioni meccaniche, ma una costruzione prodotta per via del linguaggio fondata su punti di resistenza reale di cui il soggetto gode, credo lo esperiscano i medici stessi quando urtano contro malattie che distruggono la vita dell’organismo di un soggetto anche a dispetto delle cure somministrate e che in molti altri casi hanno ottenuto risultati certi. Naturalmente questa mancanza di garanzia del sapere acquisito con l’esperienza e del sapere scientifico che ha prodotto un farmaco, produce soprattutto un’incrinatura che può a volte generare angoscia in chi gode del desiderio di guarire. In questo senso la medicina, volente o nolente, implica sempre il medico e non soltanto l’universalizzazione scientifica. Non si potrebbe infatti dire che il medico sia colui che utilizza le scoperte scientifiche per curare l’organismo, penso piuttosto che dovremmo dire che medico è chi offre una risposta alla domanda del malato. In questo senso si può forse dire che l’etica del medico mira a far sì che il paziente possa godere del suo corpo vivente e del piacere che esso può offrirgli.

I medici non mancano quindi di trovarsi di fronte all’enigma posto da quei pazienti il cui desiderio è discordante con quello di mantenere la vita del corpo, tanto da resistere ad ogni trattamento senza che si riesca a trovare alcuna spiegazione allo scacco. Si possono deplorare i limiti della scienza o fare appello al fatto che qualcuno reagisce bene e altri no a un trattamento, ma questo non chiarisce il problema che d’altronde manifesta la sua complessità proprio in quei casi in cui il paziente magari intraprende una cura psicoanalitica e cessa di porre problemi sul piano del trattamento medico.

Gli psicoanalisti sono particolarmente confrontati a questi problemi e non soltanto nei casi in cui un paziente porta con sé una malattia organica che mette in pericolo la sua vita.

Penso a una paziente malata di cancro che sentiva l’intervento medico come intrusivo, come una minaccia per il proprio corpo, al di là del suo organismo, e questo fino a volersi sottrarre da ogni trattamento, lasciando il suo corpo andare verso la morte concepita come un riposo dal legame con gli altri, con le angosce e le attese che comporta.

Berta ha chiesto di vedermi d’urgenza perché si sentiva in uno stato insopportabile di angoscia e depressione insieme. Da poco le era stato diagnosticato un cancro in un organo vitale, con metastasi che non fanno ben sperare. La sua angoscia però non è scoppiata quando il medico le ha rivelato da cosa dipendevano i forti dolori che invadevano parte del suo corpo. In quel momento, dice, si è sentita invadere da una calma profonda, ha pensato con tenerezza ai figli e al marito, poi per la prima volta nella sua vita ha realizzato che se la potevano cavare benissimo da soli e che finalmente avrebbe potuto occuparsi soltanto di lei. Aveva avuto gioie e anche molte sofferenze legate al fatto che di tanto in tanto il marito l’aveva tradita: ora l’idea della morte le toglieva ogni sofferenza. La sua indifferenza verso la morte è scoppiata in angoscia quando il medico le ha detto che la sola cosa che si poteva tentare era una chemioterapia con effetti secondari e a volte anche penosi. Poi si sarebbero visti gli effetti e si sarebbe visto che cosa decidere. Il medico, e soprattutto i suoi cari, le consigliavano vivamente di sottoporsi al trattamento, insistevano che nel suo caso avrebbe potuto dare probabilmente buoni effetti, anche se, come il medico aveva precisato, si trattava di qualcosa di sperimentale. Di fronte a quella decisione da prendere Berta è stata presa da angoscia. Pensava, che cosa vogliono ancora costoro da me? L’angoscia la paralizzava e allo stesso tempo era insopportabile. Per questo si è decisa a chiamarmi. Non può pensare di affidare il suo corpo a un trattamento medico senza garanzia. L’angoscia è scoppiata nel momento stesso in cui la fiducia, la capacità, il sapere che riponeva nell’Altro — qui la medicina — è stato minato da quel " senza garanzia ". E ha cominciato a sentire ogni insistenza perché si sottoponesse al trattamento come un’aggressione. Si identificava così completamente al cancro da distruggere che ormai collocava il medico nel posto del nemico.

Come lei stessa ha detto una delle poche volte che è venuta a parlare con me, prima di decidersi a intraprendere almeno la prima parte del trattamento, Berta ha più paura di vivere che di morire.

Che si voglia o no i malati non portano soltanto il loro organismo dal medico, i sintomi che si manifestano sono portatori di un soggetto e dei suoi modi di essere legato a un reale che è retrivo alla scienza e di cui il suo corpo gode.

Proprio questo chiama in causa in modo diverso sia il medico sia lo psicoanalista, senza che l’atto dell’uno si confonda con l’atto dell’altro, ciascuno assumendo i limiti della sua azione.

Ed è proprio qui che entra in gioco la questione etica, che per quanto riguarda lo psicoanalista può soltanto richiamarsi al desiderio del soggetto. Perché un atto, con l’arbitrarietà e il rischio che lo contraddistingue, dove può trovare la sua ragione etica se non nel desiderio del soggetto che rivolge una domanda?

 


*. Intervento a una tavola rotonda sul tema « Il corpo estraneo » organizzata presso l’Aula del dipartimento di Medicina interna della Facolta di Medicina di Torino, cui hanno partecipato, oltre all’autrice di questo intervento, dei medici e uno psichiatra. La tavola rotonda era organizzata in collaborazione dall’Antenna di Torino del Campo freudiano e dalla sede di Torino della SISEP.