World Association of Psychoalanysis

 

La seduzione dell’oggetto

Rosa Elena Manzetti

 

“Le dire, ça laisse des déchets.”
(Lacan, “Lettre dell’EFP”, nov. 1973)

“Niente sforza nessuno a godere, salvo il superio.”
(Lacan, “Ancora”)

 

Notoriamente l’umore è un effetto prodotto dal linguaggio e quindi contemporaneo al tempo di costituzione del soggetto. Dal momento che vi è entrata nel discorso, a un qualsiasi posto, il soggetto è supposto per il fatto che è sempre soltanto rappresentato da un significante per un altro significante. Questo investimento delle concatenazioni significanti trova la sua risorsa in una perdita che crea un oggetto perduto. Questa perdita potrà a sua volta essere immaginarizzata come infelicità, lutto, morte, incapacità, ecc. a seconda della colpa di cui si fa carico il soggetto.

Felice perdita, dal momento che è la condizione di quell’istanza che è la causa del desiderio del soggetto, quindi dell’organizzazione del suo mondo, del suo particolare modo di godere così come dello specifico stile di precipitazione delle parole che puntano a identificarla o persino ad afferrarla.

Tale perdita è l’effettiva nascita del soggetto e d’altra parte il punto di scaturigine dei diversi modi di supplire ad essa.

Infatti per supplire alla perdita, il soggetto impegna un oggetto preso sul proprio corpo per divenire causa del desiderio e di cui il fantasma organizza la risorgiva. Nell’appello che il vuoto crea, impegniamo l’oggetto a. Un oggetto a, perduto, incomunicabile, situato nell’Altro come Alcibiade lo localizzava in Socrate. Alcibiade non ha alcun controllo su ciò che gli capita. E’ “Eros” che tiene le redini del gioco. L’amato non ha alcun bisogno di strumenti particolari per maltrattare l’amante. Basta che si mostri e non si dia. La seduzione deriva dal brillìo dell’oggetto (a) che sostiene l’immagine.

D’altra parte invece l’utopia tecnica odierna risponde alla perdita rivolgendosi alla padronanza scientifica degli esseri e delle cose e attendendo da essa la pienezza delle soddisfazioni. Qui avviene un passaggio che prende la via del “non ne voglio sapere della castrazione”, in cui l’oggetto diventa un oggetto comune, scambiabile, che contravviene al suo statuto di oggetto mancante, causa di desiderio, per introdurre piuttosto nella logica del “non c’è niente di impossibile” sul piano del godimento, in cui si può evitare il confronto con l’impossibilità strutturale che consegue all’acconsentire a divenire soggetto. Per un parlante acconsentire a divenire soggetto significa infatti acconsentire al passaggio dal continuo del suo essere al discontinuo della sua parola che scriverà la perdita irrimediabile di una parte d’essere. Di conseguenza la fede nella distribuzione possibile di oggetti di soddisfazione congruente è il misconoscimento del fatto che, per l’essere parlante, vi è un godimento specifico che implica che l’oggetto di soddisfazione varrà più per la sua assenza che per la sua presenza, che quindi ogni oggetto di soddisfazione sarà sempre soltanto su uno sfondo di indisponibilità.

I punti cruciali della questione che Giacomo porta in analisi mettono in rilievo non soltanto che il soggetto accede al desiderio separandosi dal godimento, ma che, come dice Lacan nel seminario X, “L’angoscia”, “la funzione dell’oggetto (a) si riferisce allo spalancamento che separa il desiderio e il godimento” (lez. 3 luglio 1963).

Avevo incontrato Giacomo per la prima volta circa sei anni fa, quando l’azienda di cui era proprietario cominciò a trovarsi in difficoltà. In realtà l’azienda di per sé non era in difficoltà, piuttosto era venuta a trovarsi al centro di un gioco di acquisizioni da parte di un’altra azienda, il cui scopo era eliminare quella concorrenza scomoda. Come verrò a sapere, si tratta proprio del tipo di relazione che implica Giacomo in modo cruciale perché ritrova le coordinate in cui si ritrova desiderante.

La sua vita fino ad allora era stata improntata essenzialmente al successo nel lavoro - aveva sviluppato enormemente l’azienda lasciatagli dal padre, che si era espansa internazionalmente raccogliendo grandi successi - e con le donne. Quella contingenza, costituita in fondo da una lotta per la sopravvivenza della azienda paterna, lo aveva fatto trovare di fronte a qualche scricchiolio nella sua proverbiale sicurezza e alla domanda “ma che senso ha la vita che finora ho vissuto?”. Non era però ancora il tempo per lui di un affidarsi a un lavoro del significante. Venne due o tre volte, non senza grandi difficoltà rispetto all’appuntamento. Non fui comprensiva per niente, quando adduceva a causa della sua richiesta di spostare gli appuntamenti, importanti impegni aziendali. Ritenevo importante che si segnasse una differenza tra quel mondo del potere e della padronanza in cui sembrava essersi trovato così bene e l’esperienza con un’analista. A un certo punto quando mi telefonò per dire che purtroppo non poteva mantenere l’appuntamento con me e che mi chiedeva di spostarlo, gli dissi che mi telefonasse poi quando avesse ritenuto fosse il momento per lui di mantenere gli appuntamenti.

Sono passati circa cinque anni duranti i quali Giacomo ha lottato per conservare la sua azienda, alla fine però perdendola. In questi anni inoltre è morta sua madre e la donna che amava. Giacomo non si è mai sposato perché non riteneva di essere adatto al matrimonio. Da più giovane ha però vissuto alcuni anni con una compagna da cui ha avuto una figlia che adesso ha vent’anni.

Circa un anno fa, Giacomo mi telefona per prendere un appuntamento. Quando lo incontro mi dice subito che la volta precedente non era pronto a scandagliare a fondo la sua vita. Nel frattempo ha perso tutto quello a cui precedentemente si affidava, soprattutto per il fatto che quei valori non funzionano più per lui. Però non riesce a costruirsi un altro stile di affrontare la vita quotidiana, oscilla tra la depressione e il ricadere in vecchi schemi - si riferisce soprattutto al suo rapporto con le donne - per far fronte all’angoscia. Infatti quando lo afferra l’angoscia non trova niente di meglio, prima ancora di accorgersi che cosa sta facendo, che chiamare una delle amiche con cui di tanto in tanto ha scopato proprio soltanto per divertirsi, per passare una serata gaudente. Il fatto è che in realtà, mentre prima questo modo di vivere gli dava piacere e lo faceva sentire vincente, ora è come se cercasse di annegare in una scopata che poi gli lascia la bocca amara.

D’altra parte da qualche tempo Giacomo ha una relazione con Anna, cui tiene particolarmente, tanto da proporle di vivere insieme. Il problema è che Anna ha un compagno e vuole del tempo, dice, per prepararlo alla separazione. Proprio questo getta Giacomo nella disperazione. Così come cade in una gelosia incontrollabile ogni volta che dovendo incontrare Anna, lei arriva in ritardo, oppure mentre sono insieme deve fare una telefonata, o ancora gli sembra che lei non abbia lo sguardo innamorato che lui si attenderebbe.

Il primo elemento che emerge chiaro - non che prima Giacomo non lo sapesse, ma certo lo considerava soltanto casuale, per un verso, e divertente per l’altro - è che non ha memoria di un rapporto con una donna che non avesse contemporaneamente un legame stabile con un altro uomo. Inoltre quando la partner cominciava a dimostrarsi troppo legata a lui, troppo disponibile nei suoi confronti, e magari disposta a lasciare il compagno, Giacomo interrompeva il rapporto. Lui d’altra parte aveva sempre anche contemporaneamente qualche altra amica di letto.

Quando, al momento opportuno, gli faccio notare come dimostri una certa affezione nello stringere un legame con una donna a sua volta impegnata con un altro uomo, Giacomo commenta sorpreso: “Già, è vero… come è possibile che non ci abbia fatto mai veramente caso. E però questa volta io evito di coltivare altre amicizie femminili. O quasi del tutto, almeno.”

Ma quand’è che gli è capitato di passare una serata con una delle sue amiche che, a suo dire, non mancano di cercarlo spesso? Nei momenti in cui Anna gli ha lasciato intendere che potesse avvicinarsi la possibilità di condividere la vita quotidiana. Addirittura una volta che erano insieme per una decina di giorni, lui non ha mancato di attardarsi al telefono una o due volte con delle amiche, provocando violente reazioni da parte di Anna che in quelle occasioni dichiara la sua volontà di lasciarlo.

Dopo avergli fatto notare come lui stesso partecipi al gioco di farsi mancare Anna, sospendo la seduta, che quindi risulta molto più breve delle altre. Aggrotta la fronte, si alza con molta lentezza, prende tempo. Faccio qualche gesto che gli fa fretta e lo accompagno alla porta.

Agirò molto precisamente sul tempo nelle sedute successive. Comincia con il dire che non capisce perché gli dedico così poco tempo. Ha bisogno di molto più tempo lui per poter organizzare il suo discorso. Imbastisce vari modi di protesta, finché un giorno che suona il telefono e io mi attardo a rispondere, non appena poso la cornetta mi accorgo che ha le lacrime agli occhi e dice che gli è tornato il ricordo di quando è nato suo fratello. Aveva tre anni e quel giorno lo avevano allontanato da casa portandolo da qualche parente. Era poi andato suo padre a prenderlo per riportarlo a casa e gli aveva detto che ci sarebbe stata una sorpresa a casa quando avesse incontrato la mamma. Lui era arrivato alla porta della camera della mamma con molto entusiasmo e voglia di vederla, poi suo padre aprì la porta e lui vide quella specie di quadretto idilliaco: sua madre raggiante in viso, con lo sguardo posato sul fratellino che stringeva al seno, sembrava non vederlo neppure. Giacomo rimase senza fiato, non capì più niente tanto era il dolore che sentiva, scappò via senza dare retta alla voce della madre che lo chiamava perché si avvicinasse a lei. Suo padre dopo un po’ andò a cercarlo e quando lo trovò cercò di tranquillizzarlo, ma ci volle un po’ prima che riuscisse ad accettare la situazione.

Degli anni che seguirono Giacomo reperisce un periodo, quello dai 6 ai 10-11 anni, che ritiene caratterizzato soprattutto dalla noia e dalla tristezza: non gli interessava niente di quello che gli proponevano di fare o che avrebbe dovuto fare. Proprio niente? Soltanto una cosa muoveva il suo entusiasmo, una cosa che gli veniva proibita con la scusa che era troppo piccolo: occuparsi delle automobili. Non c’è neanche bisogno di dire che era la passione di suo padre, il quale inoltre è dipinto come un gran “tombeur de femmes”.

Con gli elementi che abbiamo possiamo cogliere come, nel caso di Giacomo, si opera la disgiunzione tra desiderio e godimento: nella scena del “quadretto idilliaco” che acquisisce un valore primario a partire dal momento in cui Giacomo sente per la prima volta il gusto dell’interdizione paterna che ritaglia il posto dell’oggetto causa di desiderio. Le macchine e le donne sono di certo i tratti paterni su cui si è sostenuta la sua vita, ma si può anche notare come una donna si collochi per Giacomo come oggetto d’amore solo quando sprigiona quella bellezza che le deriva dal brillio che le fornisce l’inclusione dell’oggetto perduto - qui lo sguardo - costituito dal taglio prodotto da un puro significante. Nel passaggio tra ciò di cui gode e ciò che gli è sottratto, Giacomo ha scoperto lo strumento con cui passava dalla posizione di amato (la noia) a quella di amante: uno sguardo perduto, localizzato nell’Altro, con cui ha operato un’identificazione per via regressiva, secondo quanto dice Lacan nel seminario “L’angoscia”, vale a dire “all’essere” di quell’oggetto, la quale ha mantenuto allo sguardo la sua funzione di strumento.

Con Giacomo verifichiamo che nel movimento che va dal godimento al desiderio, e che implica il sacrificio del godimento del vivente, il soggetto incontra l’angoscia, ma accedendo al desiderio avrà anche nostalgia del godimento perduto e vorrà ritrovarlo. Potrà soltanto constatare, avendone fatto per la seconda volta il lutto, che quel godimento, perduto lo era da sempre.

Proprio in questo movimento, nel tempo che implica il sacrificio del godimento del vivente, Tatiana incontra le difficoltà che la portano a scegliere una risposta con cui misconoscere la castrazione, entrando in quello che J.A. Miller, nel seminario del 1996-97 “L’Altro che non esiste e i suoi comitati di etica”, definisce il “grande registro del rapporto del soggetto moderno con l’oggetto consumabile”. Miller lì valorizzava particolarmente l’accento messo da Lacan sul fatto che il modo di godere contemporaneo dipenda essenzialmente dal più-di-godere, vale a dire che il modo di godere che la società strutturata sugli impliciti del discorso della scienza agevola, potrebbe essere definito come un divorzio dall’ideale.

 

La vita di Tatiana è stata a dir poco travagliata. Da piccola è vissuta soprattutto con la nonna materna e quando la nonna morì andò a vivere con la famiglia del fratello della madre. Ricorda che quando la madre andava a trovarla la riempiva di regali, ma purtroppo se ne andava sempre via in fretta. Era molto bella e elegante, la madre, e a volte la chiamava la sua piccolina; ma quando lei frignava chiedendole di tenerla con sé, le diceva che non era possibile e che se continuava a piangere era soltanto perché era brutta e cattiva e quindi non meritava che andassero a trovarla.

Molto presto Tatiana si domandò perché tutti gli altri bambini avessero un padre e lei no. Poi sua madre si sposò con l’uomo che diventò suo patrigno e allora chiese a sua madre se fosse quello suo padre. No, non era lui. Ma chi era allora? Una volta sua madre le disse che suo padre era morto, ma non sapeva dirle come. Non sapeva chi fosse, le disse in seguito, perché aveva fatto l’amore con più di un uomo. E infine che non importava chi fosse, tanto gli uomini sono tutti uguali, tutti dei porci. Allora forse sua madre non aveva neanche amato suo padre e di conseguenza non aveva neanche desiderato la sua nascita, pensò Tatiana. Infatti a volte sua madre, quando la faceva arrabbiare, le urlava frasi del tipo “era proprio meglio se non nascevi”, “mi rovini la vita”. Poi però magari l’abbracciava e la stringeva forte a sé. Che confusione nella testa di Tatiana.

Tatiana ha considerato il patrigno come suo padre: era bellissimo, buono e molto affettuoso. Aveva un’adorazione per lui.

Quando cominciò ad andare a scuola, la madre e il patrigno decisero di metterla in collegio. Lì si sentì completamente abbandonata. Passava i giorni ad aspettare che sua madre andasse a trovarla, ma sua madre non era di parola. Diceva che sarebbe andata il tal giorno e poi invece non andava e non telefonava neppure per avvisare che non sarebbe andata. Perciò Tatiana stava giornate intere a guardare fuori della finestra, fantasticando che da un momento all’altro avrebbe visto comparire la madre carica di regali per lei. E non smetteva di pensarlo finché non cominciava ad imbrunire e lei si sentiva veramente sola, così sola e abbandonata da essere disperata. Era insopportabile quella disperazione e allora si sforzava di non sentire niente di quello che provava, come se si concentrasse su un vuoto di pensiero fino a sentirsi vuota, e quindi senza dolore.

Verso gli undici anni tornò a vivere in casa con la madre e il patrigno. Viveva in una bella casa e aveva degli amici della sua età, ma era spesso sola, e quando non lo era, sovente era un inferno per i forti litigi tra sua madre e il suo compagno. Quelle urla erano insopportabili. Se cercava di interferire se la prendevano con lei. Non sapeva darsi ragione di quella situazione e non c’era nessuno con cui parlare delle sue pene. Però quando non c’erano litigi lei era molto felice, aveva una mamma e un papà così belli. A volte la mamma urlava brutte cose a colui che lei chiamava papà, ma lei non poteva credere che quel suo papà così bello e di cui lei era tanto orgogliosa, potesse essere disonesto o cattivo.

Le piaceva moltissimo rifugiarsi nelle braccia forti del “suo papà”. Non sa quando la cosa cominciò, ma quell’uomo cominciò a farle molti complimenti, a lusingarla per la sua bellezza, ad accarezzarla. Per un po’ le sembrò che fosse un gioco, come quando era più piccola. Ma un giorno lui cercò di baciarla sulla bocca, mentre le diceva quanto era bello il suo viso, quanto erano belli i suoi occhi. Ne rimase sconcertata.

Ora ha capito che lei era complice di quello che succedeva: infatti da una parte aveva timore, voleva scappare, ma dall’altra in quei giochi c’era qualcosa che le piaceva, che la lasciava sconcertata e che la faceva fantasticare.

A un certo punto aveva provato a dirlo a sua madre, ma da una parte sua madre era sempre indaffarata oppure era fuori casa e dall’altra lei stessa aveva timore della reazione che avrebbe avuto sua madre. Aveva così bisogno dell’attenzione della mamma, di sentire che non pensava più che la sua nascita fosse stata una maledizione!

In quel periodo leggeva spesso romanzi rosa pieni di scene melodrammatiche e non mancava poi di fantasticare di essere lei la protagonista. Così un giorno cominciò a pensare che se avesse messo in scena un tentato suicidio, avrebbe avuto tutta l’attenzione per lei. Infatti ebbe l’attenzione, anche troppa, perché malauguratamente quella che lei definisce una “finta” ha lasciato dei segni indelebili, lasciandola piuttosto sfigurata. Quel “bel visino”, come le diceva affettuosamente suo padre, non c’era più.

Un modo terribile di sottrarsi alla sguardo! Inoltre negli anni che seguirono le sembrava insopportabile la sofferenza che le procurava lo sguardo degli altri. Riprovò quella desolazione che aveva provato quando in collegio aspettava invano la madre.

Trovò il modo di reagire, di sottoporsi a diverse operazioni che migliorarono il suo aspetto, di occuparsi d’altri. Anche se non mancavano i momenti in cui diventava veramente dispotica con gli altri.

 

Qualche anno fa incontrò un uomo dolce e affettuoso che ora è il suo compagno e che ha saputo sopportare le sue scene melodrammatiche, le sue bizzarrie, le sue tristezze. Non voleva figli, lo dichiarava a tutti e si diceva che era una scelta. Ma circa due anni fa si ritrovò di fronte al desiderio di avere un figlio. Il tempo passava e non succedeva niente. Visite su visite dai medici: tutto è a posto, dicevano i diversi medici, però lei non rimaneva incinta. Di fronte a quel desiderio insoddisfatto si ritrovò disperata e poi depressa. Ma che donna è se non riesce neanche a fare un figlio? A volte lo scoramento l’ha portata a pensare che fosse meglio farla finita. E ha cominciato a fumare mariuana, haschisch, qualcosa che la “tirasse su”. Soltanto per divertirsi con gli amici, diceva. Ma poi non bastava più una volta ogni tanto. Ogni volta che era afferrata da quel dolore sordo, fumava, fumava fino a stordirsi. Così non pensava più niente.

Di nuovo quel vuoto, di nuovo quella solitudine e quel modo di sfuggirvi con cui si taglia via dalla vita perché vivere significa anche dolore. Quando nella sua testa si è formulato questo pensiero ha avuto paura e ha deciso per la prima volta che voleva saperne qualcosa di quel risucchio che la trascina fino a quel punto in cui, sentendosi sporca, brutta e cattiva, si stordisce con qualche sostanza.

Anche per Tatiana è attorno alla sguardo che si gioca la partita. Sempre alla ricerca dell’attenzione da parte degli altri, non manca di metterci la sua parte - con battute velenose, con l’utilizzo dell’ironia o con il lamento che scarica sugli altri, siano essi amici o amanti - nel provocare la rottura devastante del legame. Nel movimento dalla posizione di amata verso quella di amante, Tatiana incontra l’angoscia dello sguardo come mancanza costituente del soddisfacimento, e ne viene come gelata. Per togliersi da quella posizione di “sporca, brutta e cattiva” in cui lo sguardo si connota di ferocia, Tatiana ha fatto ricorso allo stordimento da intossicazione. A suo dire il prodotto le permetteva un sollievo dal dolore di esistere, dal dolore della disparità, le permetteva di evitare il dolore dell’incontro della non coincidenza delle intenzioni e della diversità tra pensieri e atti, e quindi di cortocircuitare l’incontro con l’impossibile incluso nelle vicende degli esseri parlanti. Questo dolore è senza dubbio appesantito dalla sua singolare storia, non senza tuttavia che quest’ultima sia costruita nelle maglie di un sociale che spinge a pensare che si possa levare l’ipoteca di tale impossibile, per incamminarsi verso la credenza di un “tutto possibile”.

In fondo la soluzione praticata a un certo momento da Tatiana punta alla riduzione del desiderio a ciò che sarebbe invece proprio del bisogno, raggiungere l’oggetto e sfinirsi una volta raggiunto il soddisfacimento, fino a un nuovo giro. Le sostanze cui Tatiana ha fatto ricorso miravano a cancellare la natura significante dell’oggetto, trasformando così contemporaneamente i desideri in bisogni. Invece di passare attraverso le maglie discontinue dei significanti e rivolgere la sua domanda all’Altro, complice probabilmente il fatto che ogni sua domanda fosse semplicemente stata disattesa e misconosciuta, Tatiana ha tentato di rifiutare di confrontarsi con la sofferenza che inerisce al desiderio, rivendicando di poter disporre dell’oggetto come un puro oggetto di bisogno. Per ottenere quella condizione ha dovuto ogni volta misconoscere l’Altro, l’ideale e gli scenari in cui si dispiega, per raggiungere direttamente il più-di-godere, per questo stesso fatto ridotto a oggetto distribuibile, degradabile e quindi tutt’altro che feticistico.

Malgrado il suo progetto l’oggetto droga per Tatiana ha comunque fallito lo scopo, per questo si è rivolta a me, in fondo provando di nuovo - o forse per la prima volta? - a scommettere sulla domanda d’amore rivolta all’Altro.

Resta da dire che la differenza tra la soluzione trovata da Giacomo e quella trovata da Tatiana è a mio parere strettamente legata al diverso statuto dell’Altro conseguente al diverso modo in cui, nell’uno e nell’altro caso, è in funzione il significante del Nome del padre.