World Association of Psychoalanysis

 

Di-segni in sintomo: Alcune considerazioni su costruzione del sintomo, sublimazione e produzione artistica a partire da un caso clinico

Alberto Turolla

 

Il caso clinico che mi ha indotto a fare le considerazioni che seguono è quello di una giovane donna che vedo da più di dieci anni e per la quale la pittura aveva un posto centrale e determinante. La chiamerò Teresa, dato che ad un certo punto della sua analisi questa paziente dedicò diverse sedute alla descrizione particolareggiata di una statua della quale non ricordava né il nome, né l’autore, ma solo il luogo in cui si trova, per giungere poi a riconoscerla come ‘Santa Teresa’ del Bernini, con questo essendo implicito anche il riferimento al Seminario XX°, di Lacan: “Encore”.

Teresa è ventitreenne quando si rivolge a me chiedendo di riprendere “il suo percorso analitico”, interrotto da qualche mese e durato poco meno di un anno con uno psichiatra-analista dell’area Verdiglione che la apprezzava molto come pittrice e con il quale dissertava di arte. Il motivo dell’interruzione fu una continua richiesta di coinvolgimento nell’associazione con contributo finanziario alla stessa. Benché si trovasse bene non le sembrava un modo corretto di agire, tantomeno le sembrò corretto il comportamento successivo all’interruzione: continue telefonate e previsioni di un’evoluzione nefasta: sarebbe impazzita, come tanti artisti.

Teresa è ultima di tre figli, una sorella primogenita, un fratello (affetto da poliomielite dall’età di 7-8 anni, dato importante nel suo romanzo, ma che emergerà solo dopo anni di analisi) figlia di un insegnante “che non ha insegnato niente” né a Teresa, né agli altri figli, descritto come egoista e anaffettivo nei confronti di tutti, e di una donna “friulana”, che nell’immaginario comune, condiviso da Teresa, significa:dura - volitiva-molto pragmatica - insoddisfatta a tutto campo del marito, tanto da cercare altre storie nelle quali coinvolgeva come complice Teresa, finché questa si ribellò e si rifiutò di tenerle bordone, come aveva fatto per diverso tempo, al che la madre accentuò le sue lamentazioni d’ogni genere e i tratti “ipocondriaci” già presenti.

All’epoca la paziente aveva difficoltà in ogni ambito: dalle relazioni al lavoro, che non aveva, allo studio, che aveva da poco abbandonato (era iscritta a filosofia) tranne che nel suo hobby che si era trasformato nell’unica fonte di reddito: la pittura.

Era da poco stata “abbandonata” da una donna, sua ex insegnante, con la quale conviveva parzialmente da diverso tempo, a seguito del trasferimento per motivi famigliari di quest’ultima in un’altra città.

Dopo poche sedute cominciò a dichiararsi omosessuale e a raccontare avventure con donne, giovani e meno giovani, in analisi e non, protestando di non voler essere curata dalla sua omosessualità certa e fuori discussione, dato che “gli uomini mi fanno schifo - si credono chissacché perché hanno qualche etto di carne in più - quell’affare che odio, mi fa ribrezzo”, bensì dalle sue “incapacità”, tristezze e angosce.

Riassumo molto e sintetizzo l’andamento della sua analisi, per focalizzare l’attenzione sul valore della sua pratica pittorica che, come ho detto, all’epoca dell’inizio dell’analisi e per circa 4 anni era praticamente la sola occupazione e fonte di reddito di Teresa.

Darò delle pennellate facendo emergere i punti salienti della sua storia e del suo percorso.

Teresa, dopo un po’ di tempo passato a protestare, mise in discussione la sua omosessualità, cominciò a chiedersi chi era, ma soprattutto se desiderava e chi desiderava - nel doppio senso della domanda.

Emersero ricordi di giochi sessuali con bambini, col fratello (prima o dopo che si manifestasse la polio? - non sapeva datarli con precisione), la scoperta del piacere allo sfregamento dei genitali andando in bicicletta, da allora in poi i sempre più frequenti toccamenti dei genitali, l’ossessione di “non essere a posto” quanto ai vestiti e alle mutande in particolare, che si faceva controllare in continuazione dalla madre, le torture inflitte agli insetti che affollavano la campagna del nonno materno dove passava parte delle vacanze estive, l’osservazione estatica dell’accoppiamento di cani e conigli, sempre in campagna.

E poi ancora: “la vergogna” per essere stata bocciata in prima elementare, fatto messo in connessione con il manifestarsi di un inizio di meningite, e connesso con il sentirsi e l’”essere deficiente”, e con l’aver rubato un astuccio di colori ad una bambina, sua compagna di classe, fatto che in seguito datò con precisione all’anno successivo alla bocciatura. Il ricordo di “vagare da sola per ore per la strada, con una gran tristezza in cuore” e la sensazione che la sua famiglia non la amasse, nonché le sfuriate della vicina di casa che l’avrebbe scoperta “seduta in braccio” al figlioletto, in atteggiamento “erotico”, ed ancora “il piacere di guardare dal buco della serratura” il fratello più o meno nudo in bagno e “di farsi guardare” da lui a sua volta; lo schifo e disappunto alla comparsa delle mestruazioni, il ribbrezzo ed angoscia provati al primo rapporto sessuale con un ragazzo ad una festa, dove tutti, lei compresa, “erano fumati”, festa alla quale era stata portata dalla sorella maggiore che la “usava come merce”.

Più avanti nel corso dell’analisi, “il ricordo” di aver assistito con paura ed eccitazione al coito fra i genitori, da molto piccola, in vacanza dove dormiva nella stessa stanza.

Il tutto, in un primo tempo, si presentava come un groviglio di ricordi, impressioni, emozioni, ma man mano che le sedute si succedevano e che parlava di tutto questo avveniva un lento e progressivo riassetto nella sua storia, nelle date, nelle connessioni e di pari passo un lento e progressivo distacco dalla pratica pittorica fino a che fece capolino la possibilità di fare un lavoro, di avere una occupazione.

Fare: questo era il suo problema, qualsiasi cosa facesse non andava bene e soprattutto l’occupazione non poteva essere continuativa e “in regola”.

Da anni era completamente amenorroica - la cosa non la preoccupava affatto, anzi la faceva star tranquilla.

Pian piano Teresa, dopo mille lavori saltuari e non “in regola” comincia ad interessarsi alla grafica, frequenta una scuola, ottiene il diploma e lavora presso uno studio pubblicitario part-time.

Diventa frigida, disinteressata al sesso, prende le distanze da alcune lesbiche che frequentava e che “sono anche peggio degli uomini”. Comincia a dipanare la matassa che l’avvolge trovandone il bandolo nella questione della femminilità e del suo essere donna, questione che sembra essere rimasta in sospeso, non solo senza risposta, ma quasi non posta.

Non senza angoscia compaiono, sporadicamente, le mestruazioni.

La sua pittura, sia i soggetti, inizialmente nudi femminili, sia la tecnica -diciamo tradizionale ad olio, figurativa, - cambia, diventa mista, comincia ad appassionarsi agli acquerelli, aumentano i colori, si interessa ai paesaggi.

Saltando molto, attualmente Teresa lavora, assunta regolarmente, con soddisfazione, anche se ancora con punte di angoscia, con la mansione di coordinare l’agenzia che si occupa della pubblicità e dell’immagine di un’azienda che fa parte di una holding che produce accessori di moda.

E’ stimata ed apprezzata per le sue competenze e realizzazioni - suoi lavori grafici sono stati pubblicati dai maggiori settimanali e da numerose riviste del settore, con sua grande soddisfazione da una parte, anche se non sono mancati, fino a poco tempo fa momenti di depressione e di dubbio sull’effettivo valore di quello che faceva e sulle sue capacità.

Ciclicamente era assalita dal timore “che caschi il palco, che si scopra che è un bluff, che è fondamentalmente incapace”, perché ci sono dei momenti nei quali “ha il vuoto, entra in uno stato di panico, è come se le mancasse l’abc, le vengono dei dubbi sulle cose più elementari”.

Ora ha regolarmente le mestruazioni, ha scoperto, come dice lei “il piacere della penetrazione”.

Il suo rifiuto nei confronti degli uomini non c’è più, ciononostante è molto critica con “il modo di fare e di essere maschile” e continua a preferire le donne, “più affettuose, comprensive, con le quali si può parlare e ti stanno ad ascoltare”.

Passa da “innamoramenti” più o meno platonici per donne che incontra prevalentemente in situazioni di lavoro a “incontri” con “il suo capo”, dopo aver avuto due relazioni eterosessuali con un tentativo di convivenza, fallito perché il partner “la usava come oggetto sessuale - pensava solo a quello” e in più la tradiva.

Mantiene il suo interesse per la pittura e per l’arte, ma dipinge molto di rado “ha perso la mano”.

Al di là di altre considerazioni sul caso, come detto prima, vorrei portare l’attenzione sul valore e posto che ha avuto la pratica pittorica in Teresa, essendosi ora quasi totalmente trasformata in “messaggi” pubblicitari, sotto forma di-segni: immagini e composizioni grafiche che presentano oggetti - prevalentemente occhiali, il che, se può essere una coincidenza non può comunque non indurre ad una connessione fra l’oggetto-sguardo, la pulsione scopica, così permeante la costruzione del soggetto, il suo fantasma, e la sua attuale applicazione che definirei “sublimata”.

La sua pratica pittorica - la denomino così piuttosto che definirla “pittura”, evocandone da subito il versante sintomatico nel senso pieno e stretto, era all’epoca, l’unico ambito di un “fare”, mentre tutte le altre applicazioni soggiacevano all’inibizione.

Come già detto, quando si rivolse a me, Teresa non riusciva a fare nulla se non dipingere, il fare era impossibile, connesso, quasi coincidente, con la colpa, che permane attualmente, ma solo in misura molto ridotta, tant’è che ora riesce a fare ciò che prima le era impossibile. Il che non significa soltanto lavorare e trarre profitto dal suo fare, anche prima faceva, dipingeva e traeva “profitto”, ma ora diversamente da prima è “inquadrata”.

E’ tale “essere inquadrata”, polisemicamente inteso, e più specificamente tale far “parte” del quadro, che modifica il suo posto e le permette di staccarsi dalla pittura come sintomo.

Il dipingere era sintomo a tutti gli effetti.

Teresa aveva sempre avuto una passione per il disegno, benché, per il veto dei genitori, non avesse frequentato il liceo artistico, frequentò però un corso all’Accademia di Venezia, di disegno di nudo: ritraeva le modelle, ed il nudo femminile divenne il soggetto prevalente della sua produzione, anche se su commissione poteva fare ritratti od altro.

Il dipingere era dunque prevalentemente un copiare, ma alla base di tale “riproduzione” di corpi femminili, c’era non solo lo “sbirciare” dell’infanzia, trasformato ed applicato alla riproduzione artistica, quasi a mò di riparazione - qui, ma solo per questo aspetto, si potrebbe dire ‘sublimato’ - bensì si palesava la pulsione scopica in piena azione, “lo sguardo”, al di là del guardare che, come ci dice Lacan nel Seminario XI°, rimanda alla “mancanza costitutiva dell’angoscia di castrazione”. (J.L. Seminario XI°, p.75)

Nella sua pratica pittorica si palesava quello stesso “sguardo” che aveva inondato l’oggetto donna fissandolo, nel tentativo di farlo coincidere con la femminilità, aldilà della differenza sessuale, alla luce, diciamo così, della pulsione scopica, che “è quella che elude più completamente il termine della castrazione”. (J.L. sem. XI, pg.80)

La soddisfazione che provava quando “creava” un quadro, cioè una figura di corpo femminile, era molto appagante, ma non del tutto, perché non riusciva a sciogliere l’enigma della femminilità, che le si riproponeva e si ripropone anche nelle sue pratiche erotiche - “Io non so cosa vuol dire essere donna, sicuramente io non mi sento donna”, ripeteva.

Il quadro inquadrava l’oggetto-donna, idealizzato, ma non la femminilità e se produceva godimento, era quello della ripetizione di una pratica onanistica compulsiva.

Teresa era, in quanto soggetto dell’azione del dipingere, al di fuori del quadro, ma in quanto soggetto del fantasma era il quadro stesso, collassata in esso, senza distanza. Il dipingere, era un atto che se riprendeva e ripeteva le pratiche sessuali infantili, le simbolizzava, presentificando la questione che con esse si poneva. A tutti gli effetti era però un’agire sintomatico, come tale comportava soddisfacimento, presentando e significando, al tempo stesso, una verità impossibile a rappresentarsi e a dirsi, colta più nell’azione di dipingere che nel dipinto.

Nella pittura, nella pratica pittorica monotematica di Teresa c’era riproduzione dello stato, quasi estatico, del soggetto, ma anche fissazione e ripetizione della fissazione. Tutt’altra cosa dei “multipli” dell’arte contemporanea ad esempio, che pur reiterando lo stesso oggetto nel degradarlo ne fanno emergere ciò che si potrebbe definire “la cosità” dell’oggetto: soggetto ed oggetto si confondono, il soggetto è nel quadro, annichilito, ma si potrebbe dire, “eticamente” posto.

Questa pratica aveva valore sintomatico perché il messaggio che portava includeva il godimento, e la verità soggettiva della “questione ispiratrice”, mentrenon si può parlare qui di sublimazione in senso stretto,così come a mio avviso in altre produzioni “artistiche”, aldilà della generalizzazione del meccanismo della sublimazione, e ciò proprio in virtù della fissazione: non c’è trasformazione, passaggio di stato, piuttosto si può parlare di idealizzazione, secondo la definizione canonica di Freud.

“La sublimazione è un processo che interessa la libido oggettuale e consiste nel volgersi della pulsione a una meta diversa e lontana dal soddisfacimento sessuale...L’idealizzazione è un processo che ha a che fare con l’oggetto;...Pertanto dal momento che la sublimazione descrive qualcosa che ha a che fare con la pulsione, mentre l’idealizzazione ciò che accade all’oggetto, queste due nozioni vanno cocettualmente distinte l’una dall’altra.” (S.F. ‘Introduzione al narcisismo’ in Opere-Boringhieri vol. 7, pg.464)

Lavorando alla riscrittura del caso in funzione di questo Convegno, ho trovato dei punti di appoggio sia nel Sem.XI° di Lacan, sia nella lettura e commento di una sua parte che ne ha fatto JAM in Silet, in particolare nella XVIII, XIX e XX lezione, pubblicate in La Psicoanalisi n.23, ed è proprio a partire da quel testo in relazione a questo caso, che mi è venuto da riformulare il problema della sublimazione nella produzione artistica.

Sulla scorta di quel testo e degli elementi emersi nell’analisi di Teresa, premesso che non si è mai dichiarata nè sentita una pittrice, in senso stretto, un’artista - non basta infatti fare dei quadri ed anche venderli, per essere tale - mi è venuto da impiegare il termine-concetto di sublimazione applicato alla sua “produzione” attuale, che riguarda messaggi pubblicitari di occhiali, da sole, prevalentemente.

Facendo riferimento proprio al seminario di JAM, citato, mi sembra di poter leggere questo lavoro di Teresa sugli occhiali come l’introduzione della “macchia” di cui ci parla anche Lacan nel Sem.XI, nel campo visivo, che lo ristruttura e lo trasforma: questi occhiali da sole è come se li indossasse Teresa per proteggersi dall’abbaglio, abbaglio presente e significato nei suoi quadri prima maniera.

Sicuramente gli occhiali - oggetto al centro della sua produzione grafica - funzionano per Teresa da schermo e da protesi, introducendo così la possibilità di vedere, di fare emergere il buco, cioé la mancanza, di interrogare la femminilità e non più la donna attraverso un corpo senza segni, senza marca sessuale.

Questi messaggi, questi segni grafici hanno un diverso valore rispetto ai segni-quadri di un tempo, perchè il soggetto si pone nel disegno, nel quadro dell’Altro, si potrebbe dire, dandogli il suo posto e prendendo posto, questi segni-occhiali mi sembra siano, per il campo visivo di Teresa, la macchia di cui parla Lacan e che JAM riprende, riferendosi al mimetismo, dicendo che il soggetto si fa macchia, entra nel quadro “e in questo modo produce, accomodandosi alla struttura del percepito, un sembiante, che si trova come staccato da se stesso poiché potrà prenderne un altro...” (JAM, Silet in La Psicoanalisi ,23, pg.194), qui sì vi è passaggio di stato, “sublimazione” e, come dice Lacan, separazione.

Per terminare, azzardando un’applicazione di queste considerazioni alla produzione artistica in generale, mi chiedo se non si debba ritrovare qualcosa della”macchia” in ogni opera d’arte visiva per definirla veramente tale, piuttosto che produzione sintomatica.