World Association of Psychoalanysis

 

(Una nuova?) patologia della sofferenza

Carlo Viganò

 

1. La sofferenza nevrotica

Nel “Disagio della civiltà” Freud mostrò quanto le forme del sintomo nevrotico fossero correlate alle esigenze della società e in particolare ai modi con i quali essa, per sostenersi e conservarsi, e quindi offrire i suoi vantaggi di solidarietà e sicurezza individuale, si fonda su di una certa rinuncia all’espressività della pulsione. La macchina di questa trasformazione è il Superio, un paradossale investimento sulla rinuncia pulsionale.

A quale rinuncia conduce il superio? Infatti la pulsione freudiana è già in sé rinuncia (al di là del principio di piacere), è una tendenza legata alle condizioni di privazione in cui il linguaggio fa versare il bisogno umano. La pulsione è tendenza alla soddisfazione in quanto originariamente rimossa e l’oggetto della soddisfazione è mitico (di un mito individuale), perché da sempre perduto. Lacan radicalizza questa incompletezza strutturale e strutturante della soddisfazione pulsionale legandola alla funzione del fallo (essa permetterebbe di arrestare la metonimia infinita con il taglio metaforico che interpreta il desiderio), salvo poi passare il resto del suo insegnamento a discutere contro questa sua tesi.

Nell’ottica del significante infatti la sofferenza nevrotica, vale a dire la condizione soggettiva di totale cattura del desiderio soggettivo da parte della Domanda dell’Altro, può essere ridotta o ricondotta al comune dolore di vivere, mediante l’assunzione della castrazione. Ma cosa c’è di “comune” in una cognizione del dolore, che Gadda in tutta la sua opera ci mostra essere in realtà assolutamente particolare, fino al destino singolare - e tragico - di un matricidio senza colpevole? Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di forzare, se non di inventare, l’Altro della risposta - cioè la funzione della parola.

Dunque, come ha sostenuto Canguilhem il normale non sarebbe che quella forma che la sofferenza comune prende quando il soggetto vi si installa, la quota di patologia che conviene a ciascuno. In che senso allora si parla di disagio mentale?

La struttura della soddisfazione non si limita però a implicare il paradosso della sofferenza, ma si scontra con un limite ben più radicale. Il soggetto per trovare un posto nell’economia sociale utilizza il sintomo non solo come soddisfazione libidica sostitutiva, ma prima ancora come via per far fronte alla mancanza dell’Altro, al godimento della Cosa. E’ un godimento che manca dall’origine, trauma della nascita, deviazione originaria della meta pulsionale che ha portato Freud a ripescare la teoria della difesa come formativa del sintomo.

Per la clinica psicoanalitica allora non c’è solo la sofferenza nevrotica, forma più o meno patologica della soddisfazione, Lacan infatti definisce la clinica con un doppio movimento: la clinica è l’impossibile da sopportare, la clinica è tutto ciò che si dice in una analisi.

Dunque per lo psicoanalista il caso clinico è l’unico modo di considerare la patologia, a partire dal caso particolare. Il sintomo interroga la struttura della soddisfazione anche quando non si coniuga con il tema della sofferenza.

2. Una clinica dell’evitamento della sofferenza?

Le trasformazioni avvenute nella società contemporanea sembrano avere modificato il funzionamento del marchingegno superegoico. Miller lo ha ben illustrato nei due Corsi “L’Altro che non esiste e i suoi comitati etici e Il sintomo-partner”. Apparentemente si è passati da una società del disagio ad una dell’agio, grazie agli strumenti della psicologia e della sociologia, l’imperativo è diventato: “Parliamone!” Qualunque problema è passibile di mediazione e all’atto si sostituisce il contr-atto! L’ideologia sociale veicola l’idea che sia possibile a ciascuno elaborare una propria forma di soddisfazione, trovando un accordo con quella del proprio simile. In uno scenario del genere la parola “disagio” diventa equivalente a patologia e deve essere trattato: “Solving problem.”

Come si risolvono i problemi in un mondo in cui l’Altro non dà garanzie, non esiste? Oggi quello che fa da Altro è il discorso nel suo insieme, il bla bla. Il discorso sociale stabilizza dando una garanzia che di fatto non ha più bisogno di essere soggettivata da un Soggetto supposto sapere. Si può dire che la logica dei sembianti (così come li definisce JAM: significante + immaginario) ha dunque risolto il reale della pulsione? Cercherò di dimostrare come l’unica condizione perché così fosse sarebbe quella di essere riusciti a rendere il corpo un puro sembiante. Aggiungo che in questa direzione vedo una convergenza della clinica con le nuove forme dell’arte nell’attualità.

C’è un dato della struttura che sembra avvalorare questa idea anche dal punto di vista della psicoanalisi ed è la scoperta che la struttura è bucata. Il padre come principio strutturale viene relativizzato tramite una sua sostituibilità e pluralizzazione. Non c'è un fondamento dell'ordine simbolico e il principio unificatore del simbolico viene ad essere ciò che ne ripara l’inconsistenza, il sintomo come supplenza del Nome-del-Padre. Di conseguenza si può dire che c’è una crisi del reale: anche il reale è bucato, ciò di cui si può dire che è “scientificamente provato” non è più così univoco. Tanto che Lacan ha dovuto ricercare una quarta consistenza per far tenere il suo nodo borromeo (la struttura come tale). Questo quarto anello l’ha trovato come quello del Sinthomatico, cioè la funzione del reale del godimento (distinto dal reale della scienza, anche se ad esso conseguente) generalizzata come Sinthomo, che diviene la via della sua incorporazione.

Il quarto anello viene a riparare, a ricucire la non tenuta paterna, quindi esso viene ad aggiungersi a Reale, Simbolico e Immaginario come una quarta consistenza, il Sintomatico. Così Miller ci propone di pensare l’espressione “Sintomo-partner”: si tratta di una partnership topologica, secondo una logica del “senso goduto” (“joui-sens”), di un partner amoroso che interroga la funzione dell’Altro nella domanda d’amore. L’Altro che non esiste sembrerebbe lasciare insoddisfatto, senza una risposta - se non quella detta di tipo narcisistico - l’enigma dell’impossibilità del rapporto sessuale. La crisi del simbolico sembrerebbe alleviare le sofferenze umane.

Nondimeno ci sono delle conseguenze dell’accentuarsi di questa funzione del sintomo, di un sintomo che non viene sperimentato come divisione soggettiva e quindi come possibile fonte di sofferenza. Esse riguardano lo statuto del transfert e lo stile della vita amorosa. Sono tutte da studiare, tanto che c’è chi parla di “nuova clinica”, dove le forme cliniche, i tipi, non sarebbero quelli classici, o già classificati. Quale è la partecipazione del soggetto a questa scelta? Come costruire la storia di questi godimenti che si appoggiano su di un sembiante sociale - proletarizzati - e dove la pulsione si manifesta più violentemente come autoerotica?

Il punto di partenza è la funzione identificante svolta dal sintomo: nell’economia del soggetto esso non è un elemento estraneo, ma tende a porsi come un tratto distintivo, che assegna il soggetto ad una classe sociale, diremmo quasi uno status symbol. Si può dire, e Miller ne ha parlato, che esso venga a svolgere quella funzione unificante che Lacan aveva isolato come stadio dello specchio. Io aggiungo che in questo caso si tratterebbe di una regressione a questo stadio. Lo stadio dello specchio viene definitivamente sottratto all’idea dello sviluppo, di una sua temporalità evolutiva ed entra in quella ripetizione dell’infanzia che la pubertà inaugura e che chiamiamo adolescenza.

Il sintomo come partner verrebbe dunque ad organizzare qualcosa della libido del soggetto, secondo una via più iconica che significante e interroga in modo nuovo la coppia soddisfazione-sofferenza. Si direbbe la vendetta dell’Immaginario: cacciato dalla porta (funzione fallica) rientra dalla finestra. Sappiamo quanto sia centrale per la psicoanalisi la struttura per la quale ciò di cui il soggetto soffre è il significante, è ciò che sta alla bese delle passioni dell’anima. Ora questa modalità sintomatica della pulsione sembra aprire ad un’esperienza della soddisfazione non più determinata dal significante, o piuttosto che lo è solo in seconda battuta, in quanto essa consiste nell’evitare la sofferenza del significante. Ricorda un po’ la via seguita dal principio di piacere freudiano, solo che qui non si tratta del venir meno di un dispiacere - meccanismo che è formatore dell’inconscio soggettivo - ma di un aggiramento, così come il panico aggira l’angoscia. Il soggetto non si sottopone all’esperienza della castrazione simbolica, semplicemente si identifica in un punto di separazione dall’Altro che gli permette di evitarla. E’ un modo particolare della metafora in assenza del terzo paterno: Lacan la esamina a proposito di Hans che deve duplicare la madre con la nonna paterna e ricorda la S.Anna di Leonardo del British.

3. Il corpo “en souffrance”

Questo punto di identificazione, questa imago, Lacan l’ha indicata a livello del discorso come “olofrase”. Nell’infanzia essa è caratterizzata da un elemento del discorso parentale, poi si ripete in un passaggio all’atto sociale centrato su di un’imago, di stile iconico. Sono modi di riprendere l’S1 che risultano inefficaci nel rappresentare il soggetto: un modo della parola che rende un soggetto rappresentato da un significante per un altro significante non tramite un atto creativo, ma solo come appartenenza sociale o gruppale.

Un altro modo che Lacan ha abbozzato per indicare questa via del sintomo-partner è quello della “père-version”, si tratta cioè di una via che mette in gioco la supplenza del N-d-P a partire dall’economia del godimento, secondo la classica strategia della perversione: fare a meno della castrazione simbolica dedicandosi al godimento fallico dell’Altro, grazie alla sapiente manipolazione dei sembianti. E’ una strategia che mette in eclissi il soggetto, lo lascia dietro il cono d’ombra del fallo dell’Altro omologato all’oggetto.

Mi pare che sia a partire da questi cenni che si può ritornare sulla vita amorosa, sulle modalità possibili del transfert, non più in quanto passaggio di discorso, ma come entrata inaugurale nel discorso, nella domanda d’amore. Ci dobbiamo aspettare per questo una scelta per via “anaclitica” del sembiante d’oggetto (l’imago speculare) ed un riferimento al Soggetto supposto sapere che viene in un secondo tempo.

Ad un certo punto l’evitamento del reale genitale, la soluzione “sexless” deve cedere il passo all’inevitabile del dolore di esistere (come soggetti), all’incontro con la morte e con i suoi segni somatici. Il corpo allora diviene un luogo dell’Altro, impossibile da ridurre a sembiante. Il soggetto disabbonato dall’inconscio, cioè da ciò che rende il corpo proprio, si trova a fare i conti con il corpo dell’Altro. Il corpo anoressico o tossicodipendente è “en souffrance”, in attesa e può trovare nella lettera di godimento l’occasione per dare uno stile proprio al sintomo, per farlo uscire dalla serialità. Il passaggio al gruppo può riorganizzare in modo soggettivo queste lettere di godimento, quando il sapere supposto, che non trova nulla da decifrare, entra in gioco come invenzione del valore letterario del godimento (“Witz”) e quindi come supposizione di soggetto. La conduzione della cura può quindi prendere le mosse dal passaggio dal sociale generico della civiltà al tempo logico del piccolo gruppo, è un passaggio che fa scuola, cioè transfert a livello del sapere. E’ il gruppo dei tre prigionieri, degli Uno+a, dove l’a resta per ciascuno fuori della portata dello sguardo e quindi da costruire logicamente. Nei suoi consigli tecnici Freud diceva (F.O. VII, p. 351) che “il motore primo della terapia è la sofferenza del malato e il desiderio di guarigione che ne deriva”. Oggi ci troviamo nella necessità di suscitare questa sofferenza, di operarne uno “scatenamento” guidato. Con tutto il rischio di non poter sapere in anticipo se questo andrà nella direzione psicotica o in quella nevrotica.

Concludo col dire che non ritengo quindi opportuno riferirsi a questa nuova clinica come a quella di una psicosi fuori scatenamento, ma piuttosto come alla clinica di un’altra soddisfazione, al di là dell’Edipo. Lacan l’ha introdotta con il seminario “Ancora”, quando, nel V capitolo, afferma che l’accesso al godimento è un’altra soddisfazione, non necessariamente da pensare come una trasgressione. Il godimento - dice - s’intrufola nell’essere parlante e “intrufolarsi non è trasgredire”. Devo dunque correggere l’idea che nella nuova clinica ci sia evitamento della sofferenza, si tratta piuttosto di un’organizzazione libidica che evita l’utilizzo del fantasma, la sua articolazione significante.